Cosa devo fare per farmela dare?

Insomma… c’è ’sta tipa gnocchissima che ho conosciuto (anche di persona) e che è ormai più di un anno che la tampino via chat.

Le ho provate tutte, ma proprio tutte…

Ho provato con la biancheria intima e la corsetteria figa
niente

ho provato a tirarmi figo con vestiti costosi
niente

ho provato a far colpo comprandomi e sfoggiando scarpe costose (a regalarle a lei sarebbe stato inopportuno)
niente

Ho provato a far colpo condividendo con lei e regalandole la musica più bella
niente

Ho provato col fascino esoteco del rude marinaio
niente

Questa ormai è l’ultima spiaggia, chiedo:

Cos’è che devo fare per convincerla a prestarmi la sua fighissima Mini Cooper S?

Sogno o son lesto?

E’ il caso ch’io vi metta a parte della mia ultima produzione onirica.

Sono in bici, ad un semaforo, mi sto dirigendo verso la casa di un parente. Mi affianca una ragazza orientale, piccolina, non bella, in bici anch’ella.

Mi sorride, parte con me al verde. Da dove vieni? Da Manila. Pedaliamo insieme per qualche minuto. Io prendo velocità e lei arranca, stenta ad affiancarmi.

Si attacca al mio braccio. Le dico: ehi, mollami, mica vorrai farti tirare? Lei sorride e non molla. Io urlo: mollami cazzo ché fa caldo, pedala anche tu. Lei mi stringe il braccio e ride sguaiata. Io pedalo sempre più forte per provocare il distacco, ma lei ha una presa d’acciaio, ride come una pazza e si fa trascinare senza pudore. Io divento una furia, pedalo a velocità inaudita e comincio a percuoterla. Le dò una serie scomposta di pugni in faccia,  forti, a nocche chiuse. Urlo mollami troia, lasciami andare. Niente. Non molla.

Arriviamo a destinazione, la filippina sempre a traino. Appoggio la bici al muro scrostato di questa casa nobile e decaduta. La ragazza mi guarda, e mi chiede: vuoi un bacetto? La mando affanculo spingendola via e vado a cercare qualcuno che non riesco a trovare tra le cento stanze della casa. Mi perdo, tento di trovare l’uscita. Niente, non ho punti di riferimento. Cerco la bici per tornarmene a casa, ma me l’ha rubata la ragazza.

Vedo un vigile. Sto per chiamarlo, ma mi trattengo. Mi vergogno a raccontargli la mia storia.

Finito.

Che dite, mi faccio vedere da uno bravo?

Big_(grilled)_fish

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la prima fatica blogghistica del Prof.

E poi le chiamano vacanze. Il fardello era già pesante prima di partire, ma poi si è fatto via via insostenibile. La casa dalla strada sembrava accogliente. Scaricati i bagagli ci siamo avvicinati alla porta d’ingresso e abbiamo tentato di aprirla. Un’inspiegabile forza uguale e contraria, però, vanificava i miei tentativi. Con una poderosa spallata ho dovuto abbatterla. Ma questo non è nulla in confronto a ciò che ci attendeva una volta varcato l’uscio. Un incubo non sarebbe stato in grado di materializzare animali più ripugnanti di quelli che custodivano le stanze all’interno. Ci sono venuti incontro numerosi esseri codati e tenagliati e corazzati simili a scorpioni, ma molto molto più grandi. Ho brandito la prima improvvisata arma che mi è capitata per mano, una scopa spelacchiata, e ho vibrato colpi all’impazzata, sbudellando le orripilanti bestiacce le cui interiora schizzavano ovunque imbrattando i muri scalcinati che, ad una più scrupolosa occhiata, mostravano crepe profonde una spanna e larghe due dita.

Ecco, questa sarebbe stata la casa della mia settimana di vacanza. Intanto i nostri amici stavano per arrivare e ancora non avevo escogitato una strategia per non far precipitare nel panico anche loro. Mi è venuto in mente che per accoglierli, cercando di distogliere la loro attenzione dai problemi, avrei proposto loro di dedicarsi a una doccia tonificante, balsamo ideale per le membra spossate dal lungo viaggio in automobile. Nel frattempo mi sarei dedicato alla rimozione (non solo mentale) dei problemi. Apro l’acqua. Una tenaglia dotata di duplice fila di spilli mi cinge la mano investita dal getto. Realizzo immediatamente che quella sensazione è provocata da una scossa superiore ai 48 volt, tensione sufficiente a far scattare il salvavita. Ma la casa è sprovvista di salvavita. Ritraggo il braccio. Sono vivo. Ma dominato dallo sconforto. Se avessi scelto di partire per l’Afghanistan con “Avventure nel mondo” avrei ancora avuto a disposizione tutte le mie vite. Qui invece ne avevo già perse alcune.

Decido di chiamare qualcuno che disinfesti la casa dagli insetti, un geologo e un ingegnere che possano esaminare le crepe e pronunciarsi sulla sicurezza dell’immobile e un elettricista specializzato in interventi disperati di assoluta emergenza. Si presentano, nell’ordine, le seguenti figure: un omino che suona e canta nelle balere e sua moglie che racconta barzellette oscene tra una canzone e l’altra; un vecchietto sofferente di labirintite acuta che, nell’unica strada presente nel raggio di chilometri, è riuscito a perdersi pur essendo dotato di navigatore satellitare; un clown grande e grosso che diceva di avere 48 anni, pur dimostrandone 10 di più, e di fare l’elettricista. In breve, gli insetti hanno continuato a fare festa, le crepe ad allargarsi e la corrente a disperdersi ovunque tranne che nei fili. La doccia l’abbiamo fatta al buio. Ma a questo punto la necessità si è trasformata in virtù. Le lacrime in spritz al campari. Gli insetti in enormi e gustose mazzancolle grigliate. Le scintille della corrente elettrica in meravigliosi dischi di luce gialla che ricordavano distese di girasoli. Le crepe in bocche aperte da risate scroscianti. Ed è stata una vacanza meravigliosa.

Chi fermerà la musica

mb_musicIl fatto che io qua citi una canzone dei Pooh, gruppo italico, ultranazional popolare che di solito provoca in me reazioni dal cribbio allo sgrunt, finendo inesorabilmente nell’urlo tipico veneziano, del “va in mona, va”, non deve trarvi in inganno.

Quel titolo in particolare mi piace molto, perché la musica è uno dei modi con cui esprimiamo la nostra libertà, e chi tenterà di fermarla farà i conti con la reazione dei popoli e delle menti. E’ un ritmo la musica, ma soprattutto un sentimento. Forte come l’amicizia.

E allora vi invito a cliccare e andare a vedere un posto, nel mare del web, dove la musica è la protagonista. Lo ha creato il mio amico Sergio, una delle poche persone che capisce perfettamente la mia passione per le barene e l’odore di salso, l’unico autorizzato a baciarmi in fronte quando vuole.

Un cuore enorme, che ha un sacco di vite, come i gatti, e ancora più scarpe.

Questo è il suo spazio: Mbmusic.

Chi non lo frequenta, è una mammoletta.

Happy birthday Mercy

Come talk to me

Inauguro un divertissement di Fatacarabina, ovvero le interviste. Stavolta a dei blogger, che non è una brutta parola. Maschi e femmine passeranno di qui, rispondendo a undici (almeno) domande.
Oggi l’inaugurazione coincide con l’esaudire un sogno. Quello di Natzuka (ciockmenta.blogspot.com/), una delle ragazze più divertenti di Friendfeed.

Cominciamo dalle cose importanti: quando ci beviamo lo spritz che ci siamo promesse?
Presto anche se onestamente non so dirti quando uscirò di nuovo di casa per divertirmi, l’ultima volta è stato nel 2003 quindi non saprei, c’è il rischio che io faccia un infarto.

Quando sei arrivata su internet, da dove hai cominciato? Blog o social network?
Credo fosse il 2004, non mi ricordo come scoprii myspace e iniziai da lì, sul profilo di myspace si poteneva tenere un blog perciò si può dire che iniziai quasi contemporaneamente con social e blog, soltanto che per una persona scostante come me è molto più facile gestire il profilo di un social che mantenere bene un blog.

Ti manca Capitano?
Mi manca eccome! Diciamo che da quando lei non frequenta più il web, il mio calo di tono ed entusiasmo è abbastanza evidente…Fortunatamente la rete non è tutto e i social ancora meno, ci sentiamo e ci teniamo aggiornate, ogni volta sono grandi risate.
Le voglio davvero bene.

Manca molto anche a me, ma non gliel’ho detto. Cosa siamo noi, che ti leggiamo e commentiamo, per te?
Tante cose, principalmente una buona compagnia. In fin dei conti, tanti o pochi followers finisce sempre che a commentare siano più o meno sempre gli stessi e l’impressione è di quando scendi al bar sotto casa e ci vai senza troppe paranoie perchè tanto qualcuno che ti fa piacere vedere lo trovi sempre. Poi devo dire che ogni giorno imparo qualcosina dai vostri commenti, post eccetera.

Cosa fai quando non sei connessa?
Quando non sono connessa sono principalmente un’artista frustrata con un full optional di conti da pagare e come tutti quelli in questa situazione, soffro molto di non poter fare un pisolino al pomeriggio.
Il peggior male di essere adulti è avere delle idee realizzabili e non avere il tempo per metterle in pratica, il che è decisamente peggio di quando si è più giovani e si sogna l’impossibile e ci si rotola a letto disperati tra un sonnellino e l’altro.
Dormire per me è fondamentale è rimasta una delle poche cose per cui siamo tutti uguali.

Che lavoro fai adesso? E’ il mestiere che ti piace fare?
In questo periodo lavoro per un’azienda di telecomunicazioni e come dicevo qualche sera fa ad un conoscente, ogni lavoro che mi permette di mantenermi in modo onesto e decoroso è un mestiere che mi piace.
I sogni ovviamente sono altri, ma i sogni veri se sono validi sanno aspettare, nella prossima stagione della mia vita mi piacerebbe aprire un laboratorio artigianale in cui stare tutto il giorno a fare quei lavoretti di cui ogni tanto vi rendo partecipi sui social con qualche foto.

Sai che hai la responsabilità del mio avatar? E perché non ne fai una professione?
Sì che lo so e non sai come mi inorgoglisce la cosa! Non ne faccio una professione perchè al momento non ho i mezzi necessari e sarò onesta, nessuno mi ha mai proposto nulla di interessante e quel paio di volte che le idee erano interessanti, non c’era serietà a condurre i progetti. Perciò continuo a tenerla come una passione personale sulla quale non basare nessuna aspettativa, con cui magari sorprendere le persone che hanno la sensibilità di apprezzare.

Cosa vuoi combinare prima dei 120 anni? E soprattutto come ci arrivi?
Oddio, 120? Se dovessi arrivarci, spero di non raggiungere il traguardo annoiata a morte anche se la probabilità è molto alta se le persone continueranno ad arrancare verso l’inutile e oltre.
Dovessi invecchiare, il mio sogno sarebbe vedermi andare in pensione potendomi mantenere
e diventare una vecchietta impertinente e acuta come mia nonna.

Cosa ti piace del web e cosa ti fa schifo?
Mi piace leggere di mondi totalmente diversi dal mio, vedere foto di posti in cui non andrò mai e in generale mi piace la gente che racconta cose, parole e fatti che altrimenti non potrei conoscere, mi piace anche il fatto che ci sia questa aura da “sogno americano” dove tutti possono fare tutto, anche se ovviamente in ambito italiano questa è una pura illusione.
Non mi piace un’unica cosa che poi si manifesta in n declinazioni diverse:
le manifestazioni più meschine dell’animo umano in rete si palesano senza i filtri della vita reale, parlo per esempio di quelle persone che non lesinano aggressività e atteggiamenti violenti (ovviamente verbali) per il solo fatto che siccome l’interlocutore non li sta vedendo in faccia non può assestargli due cartoni ben piazzati o piuttosto come farei io, chiamare il 112.
Per il resto è tutto come la vita reale con i suoi pregi e i suo difetti.

Hai una idea da sviluppare? E se sì perché non la realizzi?
Di idee ne ho tante, la maggioranza attende tempi migliori senza però perdere smalto o entusiasmo.
Al momento sto effettivamente lavorando per realizzare qualcosina, ma non anticipo nulla.

Dimmi quali sono per te le parole fondamentali
Le parole sono tutte fondamentali, se no il vocabolario sarebbe la migliore bugia di cui sono a conoscenza ;)

Disadattati di lusso

compleanno

Chi ce l’ha più grosso

Non si ama mai allo stesso modo. Dovremmo scriverlo con il punteruolo sul petto, per ricordarcelo sempre, che l’amore è il sentimento più personale che abbiamo e non sarà mai traslato in automatico nella persona che amiamo, che potrà ricambiare o no, con una intensità tutta sua.

Dettata dal suo modo di amare, che non sarà mai il nostro. Non avrà lo stesso peso, non avrà mai lo stesso grado di espressione, non avrà mai la stessa densità. E lui o lei lo sentiranno comunque tutto, in espansione.

E noi saremmo degli scemi patentati se pensassimo che è una gara a chi ce l’ha più grosso. 

L’amore.

è solo la fine degli anni Sessanta?

No non è neanche quella. Perché Gelide scene d’inverno in realtà è l’America della metà degli anni Settanta, di quell’America piena di cinismo e disillusione che della fine degli anni Sessanta è solo un pallido riflesso, come una fotografia un po’ sfuocata. Leggi e ti sembra di drogarti. A tratti di drogarti anche pesantemente. Ti droghi anche se non c’è storia, anche se non c’è pressoché intreccio. Non puoi fare a meno di smettere e non puoi neanche trovare la scusa del “chissà come andrà a finire” perché fino all’ultima pagina la sensazione è che niente possa concludersi, che niente possa compiersi o risolversi, perché di fatto non succede niente. E’ solo vita. Se si può dire “è solo vita” senza correre il serio rischio di dire una cazzata. Di fatto ci sono dei personaggi che agiscono, che interagiscono, che parlano, mangiano insieme ma questo quasi senza scopo.Il mangiare a tratti sembra addirittura un’ossessione. Ogni pagina è un caleidoscopio di pensieri, di cose che accadono un po’ per inerzia, un po’ per destino, un po’ per caso e solo un po’ per scelta. Ogni pagina è un vortice di riflessioni, di torsioni e di contorsioni. Ogni pagina è un vortice di giri dentro la mente e la mente si sa il più delle volte fa dei giri strani. Ogni pagina, ogni parola è un pezzo di freddo, un pezzo di gelo che sembra scendere dal titolo e arrivare nelle vene. Mai una parola di troppo. Solo frasi rapide e essenziali. Solo una struttura che si regge sull’essenzialità.
Charles, Sam, J.D., Susan, Clara, Pete, Bill, Laura, Betty, il Bue, Rebecca. Storie che si trovano intrecciate tra loro, vite che sembrano dover convivere quasi per forza e infatti lo fanno come in dimensioni parallele a metà tra incomunicabilità e eccesso di comunicazione. Come in una sorta di continua schizofrenia. E’ solo vita ed è pure una vita da pazzi.
Ci sono dialoghi talmente surreali da sentire il bisogno di rileggerli. Ci sono fasi e scelte che lasciano stupiti. C’è un’attesa spasmodica che succeda qualcosa che snerverebbe chiunque e che invece sorprendentemente affascina. E alla fine l’attesa, l’apparente inattività danno pure dei frutti preziosi.
Agire non agendo, fare non facendo, dire non dicendo. Fare, agire, dire, quando è possibile. Cogliere i propri attimi interiori ed esteriori. La regina Janis Joplin come colonna sonora.

Detto ciò Gelide scene d’inverno non lo regalerò o consiglierò a nessuno. Ognuno in fondo incontra le proprie schizofrenie, le proprie paure, le proprie contorsioni dove vuole e difficilmente può condividerle con gli altri. Io alcune le ho trovate qui dentro e meno male che Minimum fax le ha “finalmente” pubblicate dopo solo quasi quarant’anni.

*Gelide scene d’inverno / Ann Beattie ; traduzione di Martina Testa ; con una nuova prefazione dell’autrice. – Roma : Minimum fax, 2009. – 414 p. – (Minimum classics ; 30). – ISBN: 9788872512254

prove tecniche di reincarnazione

Ho deciso: nella prossima vita mi reincarno in una maestra di scuola materna.
Devo solo fare una serie di sedute propedeutiche di logopedia perché se insegni alla scuola materna e non sai come si usano le corde vocali esci che non hai un filo di voce; ma è probabile che se mi reincarno in maestra io istintivamente sappia come si fa, a usare la voce senza uscirne afona.
Poi devo munirmi di santissima pazienza, ché ho capito che i figli degli altri è più semplice trattarli con distacco, ma ti fanno anche saltare i nervi con facilità, certe volte: bisogna starci attenti.
E basta, poi sono pronta. Ho fatto delle prove, mi han detto che son bravissima, e modestamente lo penso anch’io, che son bravissima. Il mio karma è positivamente indirizzato: Matteo (quattro anni) mi ha anche baciata ripetutamente, è un segno del destino.

Non so voi, nella prossima vita, in che veste vi trovo (comportatevi bene che non si sa mai)

Born in Vico Equense

Bruce_Springsteen

Si sa che i campani il bel canto ce l’han nel sangue… poi, diciamocelo, si capisce chiaramente anche dal timbro di voce che in realtà le sue origini sono quelle, anche il nome volendo tradisce.

E’ proprio per queste origini che è stato assegnato a Bruce Springsteen l’Ellis Island Family Heritage Award, un premio consegnato dalla fondazione Statue of Liberty-Ellis Island agli immigrati o ai loro discendenti “che hanno dato un grande contributo all’esperienza americana”

Ps. La nonna del Boss era di Vico Equense. Gli avi del babbo ereno dei mangiatulipani originari dall’Olandesonia.