Alcuni rapporti vivono di equilibri fragili. Il mio rapporto con il sonno ultimamente vive di un equilibrio fragilissimo. A volte lui è qui e sono io a tardare; a volte io sono pronta e lui sta baciando le palpebre di qualcun’altro. E allora ti si aprono ore intere da riempire, ore lunghe, in cui il tempo sembra scorrere più lento, i rumori si fanno più forti e il buio crea una strana atmosfera. E’ come sentire lo scoccare di ogni singolo secondo, di ogni singolo minuto, di ogni singola ora. Con le campane vicino casa che prima un tocco, poi due, poi tre ti danno il senso dell’avanzare. Un avanzare troppo lento però per non rischiare di farti del male.

Un po’ leggi, un po’ ascolti musica, un po’ cerchi di tenerti impegnata, un po’ pensi. E succede che magari ti ritrovi nuovamente seduta a terra, le spalle appoggiate alla seduta del divano, le gambe distese a guardare la libreria per decidere con chi leggerai il prossimo libro, per realizzare che di spazio non ne hai più o per ritrovare al solo sguardo di una costola frasi, immagini o solo sensazioni.

Poi gli occhi ti si posano su una macchia in particolare, in disparte, volutamente in disparte. Una costola che ti apre un vuoto. Un vuoto che sta a metà tra un lancio in deltaplano a sentire la leggerezza dell’aria e la paura di un precipizio. Cerchi di distrarti ma lo sguardo torna lì, è come se l’appuntamento stanotte tu l’avessi con quel capitolo e con nessun’altro. Un qualcosa di non scritto e di inevitabile.

Allora non ti alzi neanche per arrivare fin lì, ci arrivi quasi in ginocchio. Ti fai lo spazio tra i talloni e ti siedi. Apri il libro e l’aria si fa precipizio e il precipizio si fa aria.

Una piazza, due cappottini, una bustina di plastica trasparente piegata a triangolo con il mais da dare ai piccioni. Una domenica mattina di trent’anni fa, forse. Il cappottino rosso è della moretta, ride arricciando il naso. La solita espressione tranquillamente furbina di una vita. Dal cappottino verde invece esce una cascata di capelli rossi, esce un’eleganza bambina. Non si guardano le due, lo sguardo è obliquo e ridono. Ridono senza neanche guardarsi e senza neanche dirsi niente. Ridono e basta.

Giri pagina e trovi l’azzurro del mare. I cappottini non ci sono più, le gambe si sono allungate, i volti si sono fatti adulti, in mano due pesche. I piedi sono in acqua. L’estate di tre anni fa. Non si guardano neanche qui le due, ridono, parlano, guardano avanti, all’orizzonte, al futuro. Un futuro che non ci sarà.

Sono bastate due pagine che già chiudi il libro, che hai capito il perché di questo strano appuntamento, in questa strana notte che per un attimo ti eri illusa di riuscire a dormire presto. Ti risuona in testa una frase di Irving arrivata a tradimento nel pomeriggio, una frase capace di far riaffiorare tutto quello che è successo da quel mare in poi. E capisci che l’aria è stata soltanto aria e che il precipizio non c’è stato. Capisci che certi appuntamenti non vanno mancati e che rimandare a volte non serve. E’ passato un anno e adesso ne passeranno altri. Non ci saranno più sguardi obliqui, risate, pesche e piazze. Non ci saranno più insieme.

La mattina di notti così si è stanchi e io adesso ho solo voglia di Albereta, di Lungarno e di bicicletta.