Archivio di maggio 2010

è solo la fine degli anni Sessanta?

No non è neanche quella. Perché Gelide scene d’inverno in realtà è l’America della metà degli anni Settanta, di quell’America piena di cinismo e disillusione che della fine degli anni Sessanta è solo un pallido riflesso, come una fotografia un po’ sfuocata. Leggi e ti sembra di drogarti. A tratti di drogarti anche pesantemente. Ti droghi anche se non c’è storia, anche se non c’è pressoché intreccio. Non puoi fare a meno di smettere e non puoi neanche trovare la scusa del “chissà come andrà a finire” perché fino all’ultima pagina la sensazione è che niente possa concludersi, che niente possa compiersi o risolversi, perché di fatto non succede niente. E’ solo vita. Se si può dire “è solo vita” senza correre il serio rischio di dire una cazzata. Di fatto ci sono dei personaggi che agiscono, che interagiscono, che parlano, mangiano insieme ma questo quasi senza scopo.Il mangiare a tratti sembra addirittura un’ossessione. Ogni pagina è un caleidoscopio di pensieri, di cose che accadono un po’ per inerzia, un po’ per destino, un po’ per caso e solo un po’ per scelta. Ogni pagina è un vortice di riflessioni, di torsioni e di contorsioni. Ogni pagina è un vortice di giri dentro la mente e la mente si sa il più delle volte fa dei giri strani. Ogni pagina, ogni parola è un pezzo di freddo, un pezzo di gelo che sembra scendere dal titolo e arrivare nelle vene. Mai una parola di troppo. Solo frasi rapide e essenziali. Solo una struttura che si regge sull’essenzialità.
Charles, Sam, J.D., Susan, Clara, Pete, Bill, Laura, Betty, il Bue, Rebecca. Storie che si trovano intrecciate tra loro, vite che sembrano dover convivere quasi per forza e infatti lo fanno come in dimensioni parallele a metà tra incomunicabilità e eccesso di comunicazione. Come in una sorta di continua schizofrenia. E’ solo vita ed è pure una vita da pazzi.
Ci sono dialoghi talmente surreali da sentire il bisogno di rileggerli. Ci sono fasi e scelte che lasciano stupiti. C’è un’attesa spasmodica che succeda qualcosa che snerverebbe chiunque e che invece sorprendentemente affascina. E alla fine l’attesa, l’apparente inattività danno pure dei frutti preziosi.
Agire non agendo, fare non facendo, dire non dicendo. Fare, agire, dire, quando è possibile. Cogliere i propri attimi interiori ed esteriori. La regina Janis Joplin come colonna sonora.

Detto ciò Gelide scene d’inverno non lo regalerò o consiglierò a nessuno. Ognuno in fondo incontra le proprie schizofrenie, le proprie paure, le proprie contorsioni dove vuole e difficilmente può condividerle con gli altri. Io alcune le ho trovate qui dentro e meno male che Minimum fax le ha “finalmente” pubblicate dopo solo quasi quarant’anni.

*Gelide scene d’inverno / Ann Beattie ; traduzione di Martina Testa ; con una nuova prefazione dell’autrice. – Roma : Minimum fax, 2009. – 414 p. – (Minimum classics ; 30). – ISBN: 9788872512254