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(73 anni, mia zia)
Stanotte ho sognato che Lady Gaga, vestita di viola dalla testa ai piedi, veniva alla festa di compleanno di mia zia: scendeva da una macchina bianca ma anche un po’ metallizzata lunga un chilometro, abbracciava mia zia, poi veniva da me che con un certo imbarazzo le davo la mano mentre lei mi sussurrava all’orecchio:”Dove sono le baby-sitter?”.
Poi lungo una strada costeggiata di cascate di fiori rossi e viola facevo dei pensieri che adesso non mi ricordo più.
Devo preoccuparmi o è stata solo la sopressa?
così sogna Lia
Riceviamo via e-mail il sogno di Lia che attende inquieta il responso dei disadattati:
Sono in una classe di scuola piena di genitori, c’è l’assemblea di inizio anno. L’aula è bellissima, e mentre l’insegnante ci spiega i perché e i percome, io la guardo, l’aula. Guardo in alto davanti a me e cerco di misurare la lunghezza della parete. Più o meno 8/9 metri. Le pareti hanno anche delle stoffe morbide attaccate su, lavorate e disegnate dai bambini. E’ un’aula molto morbida, piena, solare, un aula dei bambini, proprio (penso sia una quarta, infatti il mio è in quarta). Poi mi guardo attorno. Ho il piccolo sulle ginocchia, ma l’assemblea è per il grande. Vedo che è quadrata ed è piena di cose colorate, cartelloni, vita vissuta raccontata, banchi a gruppetti (c’è tanto spazio), banchi allineati davanti alla finestra. L’aula dà proprio l’idea del movimento. Ci sono due librerie, c’è un tavolo attaccato alla parete con l’angolo della scienza, tipo con dei microscopi. Ci sono dei computer. Non è ordinata, c’è un casino, ma è il casino creativo, e mi piace un sacco. Anche le maestre che parlano mi piacciono un sacco. Più che una scuola sembra un posto dove i bimbi vivono esperienze di vita assieme, anche didattiche, ma mischiate alla vita però. Poco “disciplinari”, non so come dire.
Poi usciamo, si chiacchiera con i genitori, mi ricordo una mamma e un babbo, si dice: eh, purtroppo la scuola dei nostri figli non è così bella e grande. C’è rassegnazione nell’aria.
Poi sono con questa mamma (che mi ha detto che si sta avvicinando l’ora della menopausa) al mare con i nostri figli. Siamo su una spiaggia selvatica affollata, ci sono ombrelloni sparsi, è ancora estate, verso la fine, è un po’ caldo e un po’ freddo e la gente sta mezza vestita. C’è un tempo stranissimo, è quasi buio per via di nuvole nere, però è bello stare lì, e infatti non se ne va nessuno. I bimbi fanno il bagno con i vestiti, giocano dentro e fuori dall’acqua (il mare è mosso bello, qualche ondina per fare i giochi) con le scarpe addosso. Ma a noi non ci importa molto. E’ normale, diciamo. Dietro a noi c’è una specie di boscaglia e di fianco le rocce, come una montagna, noi siamo lì di fainco a questa montagna-scoglio enorme. Che posto figo. Poi non mi ricordo molto. Lei va e viene, facciamo una passeggiata, il cielo è strano, come quado sembra che debba venir giù un nubifragio. Io sono a mio agio. Facciamo anche dei discorsi, ma sono confusi, non me li ricordo.
Questa donna però è un po’ inquieta, preoccupata, si agita, va e viene.
Basta, non avendolo ricordato subito, questo è quanto.
prove tecniche di reincarnazione
Ho deciso: nella prossima vita mi reincarno in una maestra di scuola materna.
Devo solo fare una serie di sedute propedeutiche di logopedia perché se insegni alla scuola materna e non sai come si usano le corde vocali esci che non hai un filo di voce; ma è probabile che se mi reincarno in maestra io istintivamente sappia come si fa, a usare la voce senza uscirne afona.
Poi devo munirmi di santissima pazienza, ché ho capito che i figli degli altri è più semplice trattarli con distacco, ma ti fanno anche saltare i nervi con facilità, certe volte: bisogna starci attenti.
E basta, poi sono pronta. Ho fatto delle prove, mi han detto che son bravissima, e modestamente lo penso anch’io, che son bravissima. Il mio karma è positivamente indirizzato: Matteo (quattro anni) mi ha anche baciata ripetutamente, è un segno del destino.
Non so voi, nella prossima vita, in che veste vi trovo (comportatevi bene che non si sa mai)
Fireflies
Delle volte ti accorgi che una canzone la senti una volta e ti piace , la senti di nuovo e ti ripiace, la continui a sentire e diventa una cosa irresistibile anche se non capisci bene perché. Magari con certe canzoni un po’ ti vergogni anche, perché ti rendi conto che sono canzoncine che non faranno la storia della musica, però continui a cantarci sopra come un ossesso quando le incontri alla radio.
Ecco, io la prima volta che ho sentito questa canzone mi è piaciuta e ho pensato che mi metteva allegria, la seconda volta non me la ricordavo più e arrivata a metà dondolavo la testa a destra e a sinistra con lo stesso stato di allegrezza inconsulta, le volte successive è stato chiaro per me che il sintomo era cronico e che ad ogni incontro sarebbe stata la stessa cosa. Infatti.
Il fatto è che comincia con una frase: “You would not believe your eyes if ten million fireflies lit up the world as I fell asleep” e a me questa cosa subito ha messo una pazzesca voglia di vedere il mondo illuminato da questi dieci milioni di lucciole e mi son detta, ma non ho capito, questo è un sogno o un pre sogno o un dormiveglia, o cosa, che dice che dorme ma non dorme, che conta pecore, che vorrebbe dormire ma è sveglio, insomma, queste lucciole io non lo so, se son lucciole che lui si immagina che arrivano se si addormenta e quindi non se le vuole perdere.
E poi “Because I’d get a thousand hugs From ten thousand lightning bugs As they tried to teach me how to dance”: mi fa girare la testa, questa frase qui, ogni volta, a immaginare questo attorniato di cose luminescenti e svolazzanti che lo sfiorano e lo abbracciano. Piacerebbe anche a me, credo, un sogno non sogno così.
E alla fine dopo che tu comunque non hai assolutamente capito cosa succede veramente o non succede in questa canzone e anzi hai definitivamente deciso che lui è un mezzo insonne che ha le traveggole, ti dice “But I’ll know where several are If my dreams get real bizarre Because I saved a few and I keep them in a jar”: capito? In pratica queste lucciole, un po’, le ha messe in un barattolo. Per ricordarsele, penso io, da sveglio.
gassa d’amante
Ho dovuto informarmi, per scrivere un post circostanziato e utile alla comunità. Informarmi.
Poiché non possiedo un’ edizione cartacea del Kamasutra (prego, provvedete pure: il Kamasutra, insieme al dizionario di Italiano e alla Bibbia non stona mai, in una libreria) ho dovuto ricorrere al web.
Le cose che ho scoperto, durante la mia ricerca, è che le puoi trovare, nel web, le posizioni del kamasutra, sotto forma di vignette, di foto, di disegni; che esiste una pagina con le posizioni “per donne pigre”; che la posizione dell’ostrica esiste; che invece quella che piace a me e di cui volevo sapere e divulgare il nome non è menzionata. Probabilmente è solo una variante di una variante di qualcosa.
Facciamo che allora il nome glielo do io, e la chiamerei gassa d’amante. Nome poetico, no? Ha anche una sua logica, visto che bisogna annodarsi l’uno con l’altro, da davanti ma un po’ di sbiego, con le gambe al posto delle corde, delle funi, delle cime o come si chiamano. E poi quando hai finito anche se sembri un po’ incastrato in verità ti sciogli senza fatica.
Non so, la vostra preferita, come si chiama.
il post sulle tette
Stamattina pensavo – ci pensavo per una ragione squisitamente personale che quindi non starò qui a raccontarvi – che io per un periodo, anzi due (sembrerà strano ma è la pura verità), senza nemmeno l’ausilio della chirurgia plastica, senza l’uso di erbe miracolose e grazie solo ad un aumento smodato di prolattina dovuto alla nascita dei miei figli, che io insomma mi son trovata di colpo a passare dalla mia seconda misura di seno giusta giusta (e anche proporzionata, secondo me) a una quinta senza sconti.
Quindi immaginatevi me, però molto più magra, un grissino di 45 chili, praticamente, con due tette esagerate (non dimentichiamoci che sono un microbo).
Interessanti, eh, però inservibili.
di trespoli e water
Allora, stavo in un teatro buio e sul palcoscenico c’era il cugino dello Splendido da piccolo che faceva un monologo. Io pensavo, che bravo che è ‘sto bambino a recitare. Solo che io assistevo a questo spettacolo seduta su uno sgabello altissimo, tipo quelli degli arbitri (si chiamano arbitri?) a tennis, e in braccio avevo mio figlio, e a un certo punto ho capito che mi stavo addormentando e avevo paura di cadere e di far cadere mio figlio. Allora ho detto allo Splendido di aiutarmi a far scendere il bambino perché era buio pesto e non vedevo gli scalini del trespolo.
Scesa anch’io dal trespolo andavo nel bagno di un giardino pubblico perché dovevo fare pipì, ma il bagno delle donne era una specie di cosa comunitaria con tre water di cui uno per bambini. Nel momento in cui mi alzavo ( ché le ragazze fanno la pipì da sedute, si sappia) mi accorgevo di essere in realtà in coda a un treno, e davanti a me un guidatore di treno dentro alla locomotiva di un alro treno mi guardava senza capire cosa stessi facendo.
Questo era un sogno, ecco. Cos’avrà voluto dire?
NB: la nuova categoria di post Vaffanfreud è aperta al pubblico. Per i commenti e anche per i sogni da interpretare. Chi avesse sogni da interpretare non si faccia scrupoli a mandarceli all’indirizzo della posta del cuore con oggetto “interpretazione dei sogni”
Il grande attore
L’ultimo saluto dell’autunno non è in minore.
E’ l’esplosione trionfante di giallo, di arancione, di oro dell’albero dei cachi.
Chi sa fare altrettanto? Mostrarsi, esaltarsi con tanto sapiente mestiere? Con altrettanto senso della scena?
Lui aspetta mesi, tutta l’estate: ha la sua strategia. Aspetta, e poi, a chiusura della stagione, ecco il suo gran finale, il grande spettacolo.
Il consumato scenografo e regista di se stesso ha previsto tutto, a cominciare dalle luci: fredde, grigie, basse, perché il contrasto sia lampante. Poi gli effetti: una bianca nebbiolina a filo dei prati, che evoca scene da Macbeth…
E quando tutto è a posto, l’albero dei cachi con un colpo da maestro si libera, come un primo attore sul palcoscenico, del suo verde mantello, e luminoso, raggiante, trionfante, tutto vestito d’oro, con un acuto finale in do maggiore, si offre agli occhi degli spettatori increduli.
E’ felice del suo successo. E sorridente rivolge al pubblico, a se stesso, a tutta la natura, il suo messaggio:
“Se arriva l’inverno, può la primavera essere lontana?”
(un racconto di mio padre, Franco Tizian, 1937 – 1998)
vi avverto che non so parlare di sesso
Io uno degli orgasmi (si può dire orgasmi?) più memorabili (si può dire memorabili?) della mia vita, mi ricordo che è stato in un modo strano, perché praticamente non ci eravamo neanche toccati.
Era una specie di gioco in cui erano bandite le cose troppo facili, le scorciatoie, quelle che dopo tanto che ti conosci basta che ti tocchi nel posto giusto e sai già l’effetto che ottieni. Allora in quei posti giusti lì non si poteva, e neanche si poteva baciarsi troppo, perché i baci si sa che anche quelli sono scorciatoie.
Insomma dopo un tempo imprecisato di sfioramenti senza scorciatoie, di carezze non troppo audaci, probabilmente anche di sguardi, e quelli sì che potevano essere audaci perché nelle regole nessuno aveva pensato di metterci anche gli sguardi; dopo un tempo che non si sa quanto fosse perché senza scorciatoie, capirete anche voi, bisogna metterci il tempo che serve, io quella volta là, mi ricordo, mi son proprio divertita.
se devo dire la delusione
Mio padre, quand’ero piccola, ascoltava quasi esclusivamente musica classica. I miei ricordi di quegli anni mi riportano pomeriggi di festa invasi da Mozart e Bach, i suoi preferiti; le conversazioni con mio zio, suo fratello maggiore, incentrate sulle opinioni riguardo questo o quel pezzo eseguito in questo o quell’altro modo da questa o quell’altra orchestra; i litigi per la scelta della radio o della cassetta da ascoltare durante i viaggi lunghi in macchina, che poi alla fine l’aveva sempre vinta lui perché la nostra musica a lui faceva venire il nervoso.
L’unica musica “altra” che mi ricordo, di mio padre, sono gli Inti Illimani e i Beatles, e un po’ di jazz, che io all’epoca non apprezzavo per niente. Negli anni in cui ancora non si disponeva di musica di provenienza esterna alla famiglia erano quelli i dischi con cui distrarsi, a casa mia.
Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band mio padre ce l’aveva non in cassetta, come gli altri, ma in vinile, e io quel disco credo di averlo ascoltato alcuni miliardi di volte, con l’astuccio in mano a leggere i testi e a impararli a memoria, con mia sorella piccola che si faceva insegnare le parole in inglese e le ripeteva benissimo. Insomma, i pomeriggi con quella custodia, con le figure da guardare, e quella musica nelle orecchie per me sono più o meno la cosa più vivida della mia primissima adolescenza; quelle parole di una lingua nuova le prime che ho imparato e le uniche che non dimentico facilmente.
Quando mio padre è morto noi non è che ci siamo spartite l’eredità. La casa di mia madre è rimasta la stessa. E gli oggetti nessuna di noi si è sognata di rivendicarli o anche solo di chiederli: noi quella casa la frequentiamo e i ricordi si conservano bene, lì dentro.
Finché un giorno a mia madre è venuto in mente di regalare Sgt. Pepper’s a mio cognato, ché lui ci ha la passione dei Beatles, e quel disco in quella custodia, consumata da me bambina, è passato di mano; e nessuno, nemmeno io, ha detto una parola per protestare, per far notare a mia madre che quella cosa era ingiusta e impossibile, che non si doveva, che io su quel disco ci avevo passato i pomeriggi e lo sapevano tutti; invece a lui, mio cognato, doveva bastargli la musica, andava bene anche un CD. Invece niente, muta. Il disco l’ha tenuto lui.
Per dire quanto poco conoscono di te i tuoi genitori.