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prove tecniche di reincarnazione
Ho deciso: nella prossima vita mi reincarno in una maestra di scuola materna.
Devo solo fare una serie di sedute propedeutiche di logopedia perché se insegni alla scuola materna e non sai come si usano le corde vocali esci che non hai un filo di voce; ma è probabile che se mi reincarno in maestra io istintivamente sappia come si fa, a usare la voce senza uscirne afona.
Poi devo munirmi di santissima pazienza, ché ho capito che i figli degli altri è più semplice trattarli con distacco, ma ti fanno anche saltare i nervi con facilità, certe volte: bisogna starci attenti.
E basta, poi sono pronta. Ho fatto delle prove, mi han detto che son bravissima, e modestamente lo penso anch’io, che son bravissima. Il mio karma è positivamente indirizzato: Matteo (quattro anni) mi ha anche baciata ripetutamente, è un segno del destino.
Non so voi, nella prossima vita, in che veste vi trovo (comportatevi bene che non si sa mai)
Fireflies
Delle volte ti accorgi che una canzone la senti una volta e ti piace , la senti di nuovo e ti ripiace, la continui a sentire e diventa una cosa irresistibile anche se non capisci bene perché. Magari con certe canzoni un po’ ti vergogni anche, perché ti rendi conto che sono canzoncine che non faranno la storia della musica, però continui a cantarci sopra come un ossesso quando le incontri alla radio.
Ecco, io la prima volta che ho sentito questa canzone mi è piaciuta e ho pensato che mi metteva allegria, la seconda volta non me la ricordavo più e arrivata a metà dondolavo la testa a destra e a sinistra con lo stesso stato di allegrezza inconsulta, le volte successive è stato chiaro per me che il sintomo era cronico e che ad ogni incontro sarebbe stata la stessa cosa. Infatti.
Il fatto è che comincia con una frase: “You would not believe your eyes if ten million fireflies lit up the world as I fell asleep” e a me questa cosa subito ha messo una pazzesca voglia di vedere il mondo illuminato da questi dieci milioni di lucciole e mi son detta, ma non ho capito, questo è un sogno o un pre sogno o un dormiveglia, o cosa, che dice che dorme ma non dorme, che conta pecore, che vorrebbe dormire ma è sveglio, insomma, queste lucciole io non lo so, se son lucciole che lui si immagina che arrivano se si addormenta e quindi non se le vuole perdere.
E poi “Because I’d get a thousand hugs From ten thousand lightning bugs As they tried to teach me how to dance”: mi fa girare la testa, questa frase qui, ogni volta, a immaginare questo attorniato di cose luminescenti e svolazzanti che lo sfiorano e lo abbracciano. Piacerebbe anche a me, credo, un sogno non sogno così.
E alla fine dopo che tu comunque non hai assolutamente capito cosa succede veramente o non succede in questa canzone e anzi hai definitivamente deciso che lui è un mezzo insonne che ha le traveggole, ti dice “But I’ll know where several are If my dreams get real bizarre Because I saved a few and I keep them in a jar”: capito? In pratica queste lucciole, un po’, le ha messe in un barattolo. Per ricordarsele, penso io, da sveglio.
gassa d’amante
Ho dovuto informarmi, per scrivere un post circostanziato e utile alla comunità. Informarmi.
Poiché non possiedo un’ edizione cartacea del Kamasutra (prego, provvedete pure: il Kamasutra, insieme al dizionario di Italiano e alla Bibbia non stona mai, in una libreria) ho dovuto ricorrere al web.
Le cose che ho scoperto, durante la mia ricerca, è che le puoi trovare, nel web, le posizioni del kamasutra, sotto forma di vignette, di foto, di disegni; che esiste una pagina con le posizioni “per donne pigre”; che la posizione dell’ostrica esiste; che invece quella che piace a me e di cui volevo sapere e divulgare il nome non è menzionata. Probabilmente è solo una variante di una variante di qualcosa.
Facciamo che allora il nome glielo do io, e la chiamerei gassa d’amante. Nome poetico, no? Ha anche una sua logica, visto che bisogna annodarsi l’uno con l’altro, da davanti ma un po’ di sbiego, con le gambe al posto delle corde, delle funi, delle cime o come si chiamano. E poi quando hai finito anche se sembri un po’ incastrato in verità ti sciogli senza fatica.
Non so, la vostra preferita, come si chiama.
il post sulle tette
Stamattina pensavo – ci pensavo per una ragione squisitamente personale che quindi non starò qui a raccontarvi – che io per un periodo, anzi due (sembrerà strano ma è la pura verità), senza nemmeno l’ausilio della chirurgia plastica, senza l’uso di erbe miracolose e grazie solo ad un aumento smodato di prolattina dovuto alla nascita dei miei figli, che io insomma mi son trovata di colpo a passare dalla mia seconda misura di seno giusta giusta (e anche proporzionata, secondo me) a una quinta senza sconti.
Quindi immaginatevi me, però molto più magra, un grissino di 45 chili, praticamente, con due tette esagerate (non dimentichiamoci che sono un microbo).
Interessanti, eh, però inservibili.
di trespoli e water
Allora, stavo in un teatro buio e sul palcoscenico c’era il cugino dello Splendido da piccolo che faceva un monologo. Io pensavo, che bravo che è ‘sto bambino a recitare. Solo che io assistevo a questo spettacolo seduta su uno sgabello altissimo, tipo quelli degli arbitri (si chiamano arbitri?) a tennis, e in braccio avevo mio figlio, e a un certo punto ho capito che mi stavo addormentando e avevo paura di cadere e di far cadere mio figlio. Allora ho detto allo Splendido di aiutarmi a far scendere il bambino perché era buio pesto e non vedevo gli scalini del trespolo.
Scesa anch’io dal trespolo andavo nel bagno di un giardino pubblico perché dovevo fare pipì, ma il bagno delle donne era una specie di cosa comunitaria con tre water di cui uno per bambini. Nel momento in cui mi alzavo ( ché le ragazze fanno la pipì da sedute, si sappia) mi accorgevo di essere in realtà in coda a un treno, e davanti a me un guidatore di treno dentro alla locomotiva di un alro treno mi guardava senza capire cosa stessi facendo.
Questo era un sogno, ecco. Cos’avrà voluto dire?
NB: la nuova categoria di post Vaffanfreud è aperta al pubblico. Per i commenti e anche per i sogni da interpretare. Chi avesse sogni da interpretare non si faccia scrupoli a mandarceli all’indirizzo della posta del cuore con oggetto “interpretazione dei sogni”
Il grande attore
L’ultimo saluto dell’autunno non è in minore.
E’ l’esplosione trionfante di giallo, di arancione, di oro dell’albero dei cachi.
Chi sa fare altrettanto? Mostrarsi, esaltarsi con tanto sapiente mestiere? Con altrettanto senso della scena?
Lui aspetta mesi, tutta l’estate: ha la sua strategia. Aspetta, e poi, a chiusura della stagione, ecco il suo gran finale, il grande spettacolo.
Il consumato scenografo e regista di se stesso ha previsto tutto, a cominciare dalle luci: fredde, grigie, basse, perché il contrasto sia lampante. Poi gli effetti: una bianca nebbiolina a filo dei prati, che evoca scene da Macbeth…
E quando tutto è a posto, l’albero dei cachi con un colpo da maestro si libera, come un primo attore sul palcoscenico, del suo verde mantello, e luminoso, raggiante, trionfante, tutto vestito d’oro, con un acuto finale in do maggiore, si offre agli occhi degli spettatori increduli.
E’ felice del suo successo. E sorridente rivolge al pubblico, a se stesso, a tutta la natura, il suo messaggio:
“Se arriva l’inverno, può la primavera essere lontana?”
(un racconto di mio padre, Franco Tizian, 1937 – 1998)
vi avverto che non so parlare di sesso
Io uno degli orgasmi (si può dire orgasmi?) più memorabili (si può dire memorabili?) della mia vita, mi ricordo che è stato in un modo strano, perché praticamente non ci eravamo neanche toccati.
Era una specie di gioco in cui erano bandite le cose troppo facili, le scorciatoie, quelle che dopo tanto che ti conosci basta che ti tocchi nel posto giusto e sai già l’effetto che ottieni. Allora in quei posti giusti lì non si poteva, e neanche si poteva baciarsi troppo, perché i baci si sa che anche quelli sono scorciatoie.
Insomma dopo un tempo imprecisato di sfioramenti senza scorciatoie, di carezze non troppo audaci, probabilmente anche di sguardi, e quelli sì che potevano essere audaci perché nelle regole nessuno aveva pensato di metterci anche gli sguardi; dopo un tempo che non si sa quanto fosse perché senza scorciatoie, capirete anche voi, bisogna metterci il tempo che serve, io quella volta là, mi ricordo, mi son proprio divertita.
se devo dire la delusione
Mio padre, quand’ero piccola, ascoltava quasi esclusivamente musica classica. I miei ricordi di quegli anni mi riportano pomeriggi di festa invasi da Mozart e Bach, i suoi preferiti; le conversazioni con mio zio, suo fratello maggiore, incentrate sulle opinioni riguardo questo o quel pezzo eseguito in questo o quell’altro modo da questa o quell’altra orchestra; i litigi per la scelta della radio o della cassetta da ascoltare durante i viaggi lunghi in macchina, che poi alla fine l’aveva sempre vinta lui perché la nostra musica a lui faceva venire il nervoso.
L’unica musica “altra” che mi ricordo, di mio padre, sono gli Inti Illimani e i Beatles, e un po’ di jazz, che io all’epoca non apprezzavo per niente. Negli anni in cui ancora non si disponeva di musica di provenienza esterna alla famiglia erano quelli i dischi con cui distrarsi, a casa mia.
Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band mio padre ce l’aveva non in cassetta, come gli altri, ma in vinile, e io quel disco credo di averlo ascoltato alcuni miliardi di volte, con l’astuccio in mano a leggere i testi e a impararli a memoria, con mia sorella piccola che si faceva insegnare le parole in inglese e le ripeteva benissimo. Insomma, i pomeriggi con quella custodia, con le figure da guardare, e quella musica nelle orecchie per me sono più o meno la cosa più vivida della mia primissima adolescenza; quelle parole di una lingua nuova le prime che ho imparato e le uniche che non dimentico facilmente.
Quando mio padre è morto noi non è che ci siamo spartite l’eredità. La casa di mia madre è rimasta la stessa. E gli oggetti nessuna di noi si è sognata di rivendicarli o anche solo di chiederli: noi quella casa la frequentiamo e i ricordi si conservano bene, lì dentro.
Finché un giorno a mia madre è venuto in mente di regalare Sgt. Pepper’s a mio cognato, ché lui ci ha la passione dei Beatles, e quel disco in quella custodia, consumata da me bambina, è passato di mano; e nessuno, nemmeno io, ha detto una parola per protestare, per far notare a mia madre che quella cosa era ingiusta e impossibile, che non si doveva, che io su quel disco ci avevo passato i pomeriggi e lo sapevano tutti; invece a lui, mio cognato, doveva bastargli la musica, andava bene anche un CD. Invece niente, muta. Il disco l’ha tenuto lui.
Per dire quanto poco conoscono di te i tuoi genitori.
Pilates, chi era costui?
Non so chi abbia messo in giro la voce che il Pilates sia un’attività adatta a chi vuol far ginnastica abbattendo i sensi di colpa per la sua scarsa propensione allo sport, limitando allo stesso tempo lo sforzo fisico.
Io, per dire, oggi sono andata in palestra e non ero preoccupata. Per niente: ingenua.
Dopo i primi esercizi, che servono a sgranchirsi, a scaldarsi, a muovere un po’ di vertebre incriccate dalla sedentarietà, cominciano le fatiche vere: addominali come se piovesse, e tu concentrati sulla forma scultorea della tua pancia ideale confrontandola con la tua pancia reale, vedrai che l’energia ti viene, anche se non vuoi.
Quando sei al limite del crampo addominale si cambia, e vai di esercizi per i glutei, o chi per essi. Chi non lo vorrebbe, il gluteo sodo e fermo, che regge bene il costumino da bagno succinto e anche il g string di merciaia memoria? E quindi vai, suda strizzando la pancia e le chiappe e non lamentarti, che lamentarsi serve solo a far arrabbiare la maestra che poi ti mette alla prova con una serie di esercizi così assurdi che sembra che se li sia inventati lì per lì.
Certi dicono che col Pilates sia facile imboscarsi, che basta far finta di eseguire gli esercizi come si deve, ma la mia maestra vede tutto e corregge tutto, pare che abbia gli occhi anche dietro la testa, come le mosche.
Sulla parete opposta allo specchio c’è un orologio e io confesso che in certi momenti l’orologio lo guardo, ché mi sembra di essere sul punto di crollare. Poi non crollo mai: si vede che la mia maestra è brava, perché si accorge del punto di non ritorno; in effetti morti, finora, in palestra non se ne sono visti.
Però, davvero, quando sono lì, penso a quelli che il Pilates è rilassante, è poco impegnativo, è solo un esercizio di postura e mi chiedo, ma siamo sicuri che parliamo della stessa cosa?
in carrozzaaaaaa
La mozzarella in carrozza è il cibo disadattato per eccellenza, il cibo che i disadattati di tutto il mondo dovrebbero conoscere e apprezzare. Poi vi dico perché, intanto vi spiego come si fa.
Ci sono due maniere di farla, la mozzarella in carrozza. Forse i modi sono anche più di due, ma due sono quelli che conosco io e quindi anche quelli che vi spiego.
In entrambi i casi si parte da una specie di tramezzino rettangolare di pan carré, di quello molto morbido, farcito di una fetta spessa di mozzarella fresca – che come tutte le mozzarelle fresche deve grondare latte e inumidire il pane – insieme a un’acciuga, oppure una fetta di prosciutto cotto. Non sto a dire come scegliere l’acciuga o il prosciutto, o la mozzarella. Va da sé che gli ingredienti di prima scelta renderanno le piccole disadattate dei grandi capolavori di morbidezza e sapore.
La prima ricetta prevede che il tramezzino venga tuffato nell’uovo battuto con un po’ di sale e poi amorevolmente rotolato in una spiaggia di pangrattato.
La seconda, che il tramezzino sia ricoperto di una pastella densa di farina, latte e sale: bianca. Lattiginosa. Sbiadita, quasi. Va bene così, il colore arriva dopo.
I tramezzini pastellati vanno fritti in olio abbondante, fatti nuotare, girare e rigirare, finché da candidi diventano dorati, croccanti, lussuriosi.
Quelli impanati è sufficiente friggerli in padella con un dito d’olio, voltandoli una volta per dorare anche l’altro lato.
La mozzarella, dentro, si scalda, si emoziona, si scioglie, ride. E a questo punto chiama e vuole morsi delicati ma decisi, brucia le labbra troppo avide e accarezza le lingue curiose ma prudenti.
La mozzarella in carrozza è uno dei cibi disadattati per eccellenza perché è nemica di tutte le diete, dei problemi gastrici e dei valori sballati di colesterolo; ma è molto amica della tristezza, dei giorni di pioggia, degli incontri conviviali, degli strappi alle regole.
E’ cibo disadattato anche perché a me ricorda mia nonna, quella che non sapeva cucinare, che un giorno, durante un’assenza di mia madre, per consolare noi bambine preparò questo piatto: in mancanza di mozzarella disse: ”Ci mettiamo l’Asiago”, e non avendo comprato nemmeno il prosciutto lo sostituì con delle fette di salame. Ce lo ricordiamo ancora.