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Pilates, chi era costui?
Non so chi abbia messo in giro la voce che il Pilates sia un’attività adatta a chi vuol far ginnastica abbattendo i sensi di colpa per la sua scarsa propensione allo sport, limitando allo stesso tempo lo sforzo fisico.
Io, per dire, oggi sono andata in palestra e non ero preoccupata. Per niente: ingenua.
Dopo i primi esercizi, che servono a sgranchirsi, a scaldarsi, a muovere un po’ di vertebre incriccate dalla sedentarietà, cominciano le fatiche vere: addominali come se piovesse, e tu concentrati sulla forma scultorea della tua pancia ideale confrontandola con la tua pancia reale, vedrai che l’energia ti viene, anche se non vuoi.
Quando sei al limite del crampo addominale si cambia, e vai di esercizi per i glutei, o chi per essi. Chi non lo vorrebbe, il gluteo sodo e fermo, che regge bene il costumino da bagno succinto e anche il g string di merciaia memoria? E quindi vai, suda strizzando la pancia e le chiappe e non lamentarti, che lamentarsi serve solo a far arrabbiare la maestra che poi ti mette alla prova con una serie di esercizi così assurdi che sembra che se li sia inventati lì per lì.
Certi dicono che col Pilates sia facile imboscarsi, che basta far finta di eseguire gli esercizi come si deve, ma la mia maestra vede tutto e corregge tutto, pare che abbia gli occhi anche dietro la testa, come le mosche.
Sulla parete opposta allo specchio c’è un orologio e io confesso che in certi momenti l’orologio lo guardo, ché mi sembra di essere sul punto di crollare. Poi non crollo mai: si vede che la mia maestra è brava, perché si accorge del punto di non ritorno; in effetti morti, finora, in palestra non se ne sono visti.
Però, davvero, quando sono lì, penso a quelli che il Pilates è rilassante, è poco impegnativo, è solo un esercizio di postura e mi chiedo, ma siamo sicuri che parliamo della stessa cosa?
in carrozzaaaaaa
La mozzarella in carrozza è il cibo disadattato per eccellenza, il cibo che i disadattati di tutto il mondo dovrebbero conoscere e apprezzare. Poi vi dico perché, intanto vi spiego come si fa.
Ci sono due maniere di farla, la mozzarella in carrozza. Forse i modi sono anche più di due, ma due sono quelli che conosco io e quindi anche quelli che vi spiego.
In entrambi i casi si parte da una specie di tramezzino rettangolare di pan carré, di quello molto morbido, farcito di una fetta spessa di mozzarella fresca – che come tutte le mozzarelle fresche deve grondare latte e inumidire il pane – insieme a un’acciuga, oppure una fetta di prosciutto cotto. Non sto a dire come scegliere l’acciuga o il prosciutto, o la mozzarella. Va da sé che gli ingredienti di prima scelta renderanno le piccole disadattate dei grandi capolavori di morbidezza e sapore.
La prima ricetta prevede che il tramezzino venga tuffato nell’uovo battuto con un po’ di sale e poi amorevolmente rotolato in una spiaggia di pangrattato.
La seconda, che il tramezzino sia ricoperto di una pastella densa di farina, latte e sale: bianca. Lattiginosa. Sbiadita, quasi. Va bene così, il colore arriva dopo.
I tramezzini pastellati vanno fritti in olio abbondante, fatti nuotare, girare e rigirare, finché da candidi diventano dorati, croccanti, lussuriosi.
Quelli impanati è sufficiente friggerli in padella con un dito d’olio, voltandoli una volta per dorare anche l’altro lato.
La mozzarella, dentro, si scalda, si emoziona, si scioglie, ride. E a questo punto chiama e vuole morsi delicati ma decisi, brucia le labbra troppo avide e accarezza le lingue curiose ma prudenti.
La mozzarella in carrozza è uno dei cibi disadattati per eccellenza perché è nemica di tutte le diete, dei problemi gastrici e dei valori sballati di colesterolo; ma è molto amica della tristezza, dei giorni di pioggia, degli incontri conviviali, degli strappi alle regole.
E’ cibo disadattato anche perché a me ricorda mia nonna, quella che non sapeva cucinare, che un giorno, durante un’assenza di mia madre, per consolare noi bambine preparò questo piatto: in mancanza di mozzarella disse: ”Ci mettiamo l’Asiago”, e non avendo comprato nemmeno il prosciutto lo sostituì con delle fette di salame. Ce lo ricordiamo ancora.
adolescenza (di ritorno)
Dice, qualcuno di saggio o forse con poca memoria, che è il tempo dell’amicizia e dei giochi e delle confidenze; invece io, quell’età lì, per me, è stata solo incomunicabilità e scontentezza, e amori impossibili e tormento e non capire e non capirsi, e lacrime e solitudine e il mondo visto dalla finestra e paura di uscire e darsi e mostrarsi e sbagliare.
Io pensavo che quello che non avevo avuto allora, per paura o incapacità, pensavo che quello che non avevo avuto allora non l’avrei avuto più; e un po’ mi dispiaceva, di aver perso le occasioni, di aver lasciato andare le persone, di non aver afferrato le possibilità.
E adesso che mi ritrovo sorpresa da amicizia e giochi e confidenze e chiacchiere e pianti e parole oneste e risate spontanee resi nuovi da una nuova età, mi vien voglia di ringraziare. Ché non si è mai cresciuti abbastanza, per fortuna.