Archivio Autore

La via

Noi disadattati abbiamo trovato anche nell’amore di gruppo una via verso la felicità.

Ognuno ovviamente fa la sua strada, in base ai suoi personalissimi bisogni, e nessuno di noi sta percorrendo il medesimo percorso, è un concetto implicito che però è bene avere a mente:  l’amicizia è quella cosa per cui puoi fare benissimo un tratto di strada assieme, poi cambiare percorso, e non perdere l’affetto e la condivisione.

Ecco, la condivisione. E’ una grandissima cosa, una delle parole belle del mio 2011 e che spero valga ancora molto anche in questo 2012, appena iniziato.

Fare e condividere. Credo che sia questo uno dei tratti somatici dell’amore di gruppo disadattato. 

E voi che strada state percorrendo verso la vostra personale felicità? Ne parliamo?

Ciao

Una cosa sulla libertà

Vorrei dire una cosa sulla libertà.

Bella cosa, vero? La libertà, dico. Fa respirare e fa sentire forti. Fa anche paura, perché  uno davanti a tanta libertà  magari non sa cosa farsene e si sente piccolo e indifeso e ha paura di commettere errori, che se non sono ripetuti come in un loop da criceto sulla ruota, sono però un bel modo di essere liberi, no?, e invece lui o lei finisce che vive la libertà come un terrore e non si accorge che sbagliando vive e finisce con il fare un sacco di cose, che magari gli possono sembrare un esercizio del vuoto ma per qualcun altro sono invece una forma del fare, no?, non so se mi sono spiegata.

Dicevo della libertà, essere liberi di fare e sentire. Ci rifletto da un pezzo, io su queste cose ci rifletto sempre, e insomma penso che l’unico modo per cominciare ad essere liberi sia lasciare gli altri, quelli a cui vogliamo bene, liberi di esprimere il loro affetto come cavolo vogliono. Di farlo o non farlo, anzitutto, e di esprimerlo come sentono o vogliono o possono o non possono.

Quando ci si accorge che è così, e non può essere altrimenti, che il trattenere è un forzare che danneggia, tutto prende una piega diversa e si sente odore di libertà. No?

L’amore che non ti ho fatto

L’amore che volevo farti e non ti ho fatto me lo porto addosso come un cappotto caldo.

L’amore che volevo farti e non ti ho fatto lo guardo ogni giorno e mi pare bello.

L’amore che volevo farti non l’ho mai sognato, ma ho sognato te che guardavi che mi facevo l’amore. Perché io so che non mi devo deludere di niente, che niente avevo preventivato e aspettavo solo di vedere come andava e mi sa che l’attesa l’ho trasferita nel mio sogno che non ho sognato l’amore che volevo farti perché prima di sognarmelo volevo fartelo e  sono stata così rispettosa dei pensieri e delle voglie tue, che non ci ho manco provato a dire alla mia fantasia di dirmi come sarebbe stato farti l’amore, e allora nel sogno ti mostravo io come mi faccio di solito l’amore.

E te potevi scegliere se guardare, seduto nella penombra, o venire a mostrarmi come avresti fatto tu.

No, non te lo dico come è finito il sogno.

Io l’amore che volevo farti e non ti ho fatto, per quello, me lo porto addosso come un cappotto caldo e lo trovo bello.

Le regole dell’attrazione

Una cosa che dovrebbe essere semplicissima, nella sua esplosiva gioia, finisce sempre con l’essere complicata. Parlo delle regole dell’attrazione, quel legame tra due persone che si piacciono e si cercano.

Ecco, il cercarsi…

Se cerchi,  la persona che cerchi, se ricambia il gioco dell’attrazione ma diamo per scontato che è un sì, per facilitare il discorso, potrebbe non aver sempre voglia di essere cercata quando la cerchi tu.

Oppure potrebbe gradire esclusivamente l’essere cercato come mezzo per dare al proprio ego la giusta dose di adrenalina quotidiana.

E tu magari, invece, potresti essere una persona che abbisogna di essere cercata ma che ha un indole da cercatore.

Se sei tu che non cerchi e lasci all’altro il condurre il gioco, potrebbe anche finire che dai l’impressione che non ti interessa, essere cercato. Ed è un casino, tra cercare e non cercare, il rischio è finire con il non cercarsi?

Non riesco a trovare da nessuna parte la giusta percentuale e  mi preoccupa, anche,  tutto questo spreco di energie che si potrebbe spendere in altro…

Marcella

Ieri sono andata alla mostra sull’Espressionismo a villa Manin a Passariano, nel nebbioso Friuli

marcella

Io di arte ci capisco e no, ammetto la mia ignoranza, e così è stato molto interessante conoscere il gruppo degli Espressionisti che secondo me alla fine erano una bella banda disadattata che si divertivano, se la spassavano, si esprimevano con i colori ma anche vivevano tanto, e per scelta preferivano la natura, le modelle, il vino alla città. E c’era Marcella, la modella bambina, dipinta mentre lei sul divano, in ciabatte, si riposava dopo una giornata passata nella natura con i suoi pittori. L’ha dipinta Kirchner, uno che se lo cercate su Wikipedia, rivela una faccia non proprio divertita, più che altro emaciata. Marcella io continuo a domandarmi, dopo che Kirchner l’ha fermata in quel quadro famosissimo, chissà che fine ha fatto. Era una delle loro modelle bimbe, che arrivava dai quartieri operai di Dresda. L’ho chiesto ai miei amici, loro hanno ipotizzato che sia finita a far la prostituta. Io non lo so, continuo a pensare a quelle ciabatte, allo sguardo un pochino annoiato, al gatto che le sta accanto e mi chiedo se poi lei quello che voleva lo ha ottenuto.

E non so darmi una risposta

Come sei

Mi dispiace non aver avuto, quel giorno in cui il mio sguardo ha incrociato il tuo, uno specchio addosso.

Una lastra riflettente attaccata al petto in cui ti saresti potuto specchiare e vedere come sei.  

Se tu, in quello specchio che io non porto addosso, mai, ti fossi guardato mentre guardavi me avresti visto quello che io ho visto.

Un’anima delicata, trasparente, la più illuminata che io abbia mai incontrato.

 Tanto luminosa che io oggi, per conto mio, se ci ripenso, vedo ancora tutto illuminato.

In Umberti Echi

Noi disadattati il Guido lo lodiamo e lo amiamo, e neanche tanto a bassa voce, che l’amore per il poeta si urla e si ride. Ecco, stamattina mi sono svegliata con la voglia di risentirla questa poesia.

E allora la lancio qui, anche a voi che qua dentro il Guido ci sta benissimo.

Come Forrest

M’è appena successa una di quelle cose che, quando capitano, ti guardi attorno pensando che ti stiano usando, a tua insaputa, per vedere come reagisci.

Ero sul marciapiede a fumare una sigaretta, e io spesso, quando fumo in strada, passeggio, ed ero intenta a passeggiare a passo lento, sul marciapiede, quando all’improvviso ho visto una piuma, di uccello, bianca, di massimo tre centimetri, che veniva portata dall’aria, e mi si è messa davanti. Cioè io passeggiavo al ritmo mio e la piuma è scesa dall’alto e mi ha preceduto per alcuni metri.

Potevo guardarla muoversi davanti a me, all’altezza del mio diaframma, senza mai toccarmi. Io non ho cambiato il passo, l’ho lasciato andare lento, ma ho fissato lo sguardo sulla piuma, che galleggiava nell’aria, e lei per alcuni metri mi ha anticipato e poi di colpo ha fatto un passo avanti ed è scesa, posandosi lenta, sul marciapiede.

Ho guardato in alto, come per cercare di capire da dove veniva; mi sono guardata attorno, metti che mi stessero usando per uno scherzo. Non c’era nessuno in strada, tranne me, e la piuma. Per un attimo mi è sembrato di essere dentro il film, bellissimo, di Forrest Gump, con quella piuma che per qualcuno sta a significare la leggerezza con cui bisogna affrontare la vita, per qualcun altro è il destino, per chi ci crede, che fa sempre percorsi tutti suoi.

Io non lo, ma mi sono sentita leggera.

L’osso

Stanotte ho sognato che ero una cagna, ero grigia, avevo il pelo tutto bagnato dalla pioggia e scavavo nella terra. Non so bene dove ero ma scavavo, con le zampe, e mi aiutavo pure con il muso e infatti avevo il naso pieno di terra, e starnutivo, sì i cani starnutiscono anche loro, ma con un effetto diverso, e soffiavo e la terra si spostava. E alla fine l’ho trovato l’osso. Era uno di quegli ossi che ti restano dopo che hai cucinato il bollito, grosso e tozzo, col buco centrale oramai senza midollo. Quando l’ho tirato fuori dalla terra, l’ho leccato per bene. Poi l’ho preso in bocca e mi sono messa a camminare. Mai un guaito, mai un bau, mai un buff. Sono arrivata davanti ad una casa e l’ho lasciato sullo zerbino. E poi sono andata via, alla giusta distanza, e mi sono messa a guardare se arrivava qualcuno. E poi, io la cana, nell’attesa mi sono addormentata. E ho sognato che ero io.

Chi fermerà la musica

mb_musicIl fatto che io qua citi una canzone dei Pooh, gruppo italico, ultranazional popolare che di solito provoca in me reazioni dal cribbio allo sgrunt, finendo inesorabilmente nell’urlo tipico veneziano, del “va in mona, va”, non deve trarvi in inganno.

Quel titolo in particolare mi piace molto, perché la musica è uno dei modi con cui esprimiamo la nostra libertà, e chi tenterà di fermarla farà i conti con la reazione dei popoli e delle menti. E’ un ritmo la musica, ma soprattutto un sentimento. Forte come l’amicizia.

E allora vi invito a cliccare e andare a vedere un posto, nel mare del web, dove la musica è la protagonista. Lo ha creato il mio amico Sergio, una delle poche persone che capisce perfettamente la mia passione per le barene e l’odore di salso, l’unico autorizzato a baciarmi in fronte quando vuole.

Un cuore enorme, che ha un sacco di vite, come i gatti, e ancora più scarpe.

Questo è il suo spazio: Mbmusic.

Chi non lo frequenta, è una mammoletta.

Happy birthday Mercy