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è solo la fine degli anni Sessanta?

No non è neanche quella. Perché Gelide scene d’inverno in realtà è l’America della metà degli anni Settanta, di quell’America piena di cinismo e disillusione che della fine degli anni Sessanta è solo un pallido riflesso, come una fotografia un po’ sfuocata. Leggi e ti sembra di drogarti. A tratti di drogarti anche pesantemente. Ti droghi anche se non c’è storia, anche se non c’è pressoché intreccio. Non puoi fare a meno di smettere e non puoi neanche trovare la scusa del “chissà come andrà a finire” perché fino all’ultima pagina la sensazione è che niente possa concludersi, che niente possa compiersi o risolversi, perché di fatto non succede niente. E’ solo vita. Se si può dire “è solo vita” senza correre il serio rischio di dire una cazzata. Di fatto ci sono dei personaggi che agiscono, che interagiscono, che parlano, mangiano insieme ma questo quasi senza scopo.Il mangiare a tratti sembra addirittura un’ossessione. Ogni pagina è un caleidoscopio di pensieri, di cose che accadono un po’ per inerzia, un po’ per destino, un po’ per caso e solo un po’ per scelta. Ogni pagina è un vortice di riflessioni, di torsioni e di contorsioni. Ogni pagina è un vortice di giri dentro la mente e la mente si sa il più delle volte fa dei giri strani. Ogni pagina, ogni parola è un pezzo di freddo, un pezzo di gelo che sembra scendere dal titolo e arrivare nelle vene. Mai una parola di troppo. Solo frasi rapide e essenziali. Solo una struttura che si regge sull’essenzialità.
Charles, Sam, J.D., Susan, Clara, Pete, Bill, Laura, Betty, il Bue, Rebecca. Storie che si trovano intrecciate tra loro, vite che sembrano dover convivere quasi per forza e infatti lo fanno come in dimensioni parallele a metà tra incomunicabilità e eccesso di comunicazione. Come in una sorta di continua schizofrenia. E’ solo vita ed è pure una vita da pazzi.
Ci sono dialoghi talmente surreali da sentire il bisogno di rileggerli. Ci sono fasi e scelte che lasciano stupiti. C’è un’attesa spasmodica che succeda qualcosa che snerverebbe chiunque e che invece sorprendentemente affascina. E alla fine l’attesa, l’apparente inattività danno pure dei frutti preziosi.
Agire non agendo, fare non facendo, dire non dicendo. Fare, agire, dire, quando è possibile. Cogliere i propri attimi interiori ed esteriori. La regina Janis Joplin come colonna sonora.

Detto ciò Gelide scene d’inverno non lo regalerò o consiglierò a nessuno. Ognuno in fondo incontra le proprie schizofrenie, le proprie paure, le proprie contorsioni dove vuole e difficilmente può condividerle con gli altri. Io alcune le ho trovate qui dentro e meno male che Minimum fax le ha “finalmente” pubblicate dopo solo quasi quarant’anni.

*Gelide scene d’inverno / Ann Beattie ; traduzione di Martina Testa ; con una nuova prefazione dell’autrice. – Roma : Minimum fax, 2009. – 414 p. – (Minimum classics ; 30). – ISBN: 9788872512254

notorietà

Eccoci qui distesi, amanti nudi,
belli per noi – ed è quanto basta -
solo con foglie di palpebre vestiti,
siamo immersi nella notte vasta.

Ma già sanno di noi, già sanno
queste quattro mura, la stufa spenta,
ombre sagaci sulle sedie stanno
e il tacere del tavolo è eloquente.

E sanno i bicchieri perché sul fondo
il té non bevuto si raffredda.
Swift ormai non può certo fare conto
che questa notte ci sia chi lo legga.

E gli uccelli? Non illuderti per niente:
ieri li ho visti scrivere volando
con ardire e apertamente
quel nome con cui ti sto chiamando.

E gli alberi? Qual è il significato
del loro incessante bisbigliare?
Dici: solo il vento forse è informato.
Ma di noi come ha potuto sapere?

Dalla finestra è entrata una falena,
e con le sue piccole ali pelose
atterra e decolla di gran lena,
fruscia sul nostro capo senza posa.

Forse quell’insetto, più di noi dotato
d’una vista acuta, vede meglio?
Io non ho intuito, né tu indovinato
che i nostri cuori splendono nel buio.
(1957)

Taccuino d’amore : poesie / Wisława Szymborska ; a cura di Pietro Marchesani. – Milano : Scheiwiller, 2002. – 107 p. – (Taccuini ; 2)

a oltranza

Ci sono dei libri che dopo che li hai finiti ti tornano in continuazione alla memoria, fosse anche solo per una parola, per un’immagine o per una sensazione. In realtà non è che ci pensi razionalmente solo che loro tornano e ti prendono. Quasi un po’ ti tormentano. Ecco a me questa sensazione l’ha data “Sulla felicità a oltranza” di Ugo Cornia che l’ho letto tutto d’un fiato, saranno ormai quindici giorni fa e che adesso ogni tanto mi scopro a ripensarci.
Tipo che mi sono accorta che adesso guardo i cani in modo diverso per osservare la sensazione che mi danno. Perché è proprio vero che i cani felici si riconoscono. C’è il cane della mia vicina ad esempio che lui la felicità non sa neanche dove sta di casa. L’altro giorno l’ho incontrato sulle scale che era rimasto fuori della porta e tremava tutto come una foglia, mentre la Laika, la cana che c’è al mare, lei sì che è felice e indipendente come Brown e la vedi correre e abbaiare e poi sparire che ha da fare le sue cose e poi la vedi tornare e ha il fisico forte di chi sta proprio bene al mondo.
Oppure che ogni tanto mi scopro a ripensare a cose piccole della mia infanzia o a momenti infelici che però io sono stata felice lo stesso e magari ci ho anche fatto una risata. Come al funerale di mia nonna che con la mia cugina ci siamo messe a ripensare a che tigna che era da più giovane e allora ci veniva da ridere e più ridevamo più ci veniva da piangere dal ridere e non si capiva più se piangevamo perché ridevamo, se piangevamo perché eravamo tristi o se ridevamo perché piangevamo. Comunque mia nonna ci avrebbe detto che eravamo due deficienti e in effetti un po’ avrebbe avuto anche ragione. Oppure al funerale della Maria un inizio di primavera di qualche anno fa che mentre andavamo al cimitero guardavo la strada con tutti i fiori ai lati e quando siamo arrivati lì guardavo che dalla tomba da un lato si vede la vallata che porta fino a Giardini Naxos e al mare, dall’altro si vedono i Nebrodi in lontananza e da un lato si vede l’Etna che quel giorno lì aveva ancora tutta la neve in cima e allora ho pensato che era proprio un posto bellissimo quello lì per metterci un cimitero.
O come una volta, avrò avuto una ventina d’anni, che mi lasciò un tipo che io un altro stronzo come quello ancora lo devo conoscere. E ero all’università in una di quelle tipiche situazioni che ti sembra ti caschi tutto il mondo addosso e pure tutto insieme mentre tu non hai neanche un legnetto da usare come puntello. Solo che invece di cascarti il mondo arriva il tuo amico Ale che è circa dieci anni che ti vuole avviare ai piaceri del fumo e con un ghigno diabolico ti fa “secondo me è il momento giusto per iniziare” e tu gli tiri dietro la sigaretta rispondendo “scusa ma col cazzo!” e subito ti viene una risata che il chiostro del Brunelleschi se la ricorda ancora. E anzi a ripensarci oggi ti accorgi che la risata te la ricordi benissimo, ti risuona quasi dentro, mentre la sensazione del mondo che ti cascava addosso no e allora pensi che forse non era proprio proprio sul punto di cascare, anzi forse non si era neanche storto di un millimetro.
Insomma è questa cosa della felicità a oltranza che mi tormenta da un po’, che mi ha colpito l’immaginazione. Che ci sia un libro pieno di cose tristi che però è anche felice; che ti racconta cose tristi lasciandoti però il senso della felicità; che ti fa pensare alle tue cose tristi che sono state anche felici. Che se ci pensavi razionalmente alle tue cose tristi non ti sembrava neanche possibile che potessero essere state anche un po’ felici, mentre ora te le ricordi quasi col retrogusto dell’allegria. Oppure un libro che ti fa pensare che forse si può trovare momenti di felicità in tante situazioni basta solo provare a cambiare lo sguardo. Ecco io prima ero qui a pensare che non è da poco questa cosa qui, anzi.

U. Cornia, Sulla felicità a oltranza, Palermo 2000

parquet, 2

Alcuni rapporti vivono di equilibri fragili. Il mio rapporto con il sonno ultimamente vive di un equilibrio fragilissimo. A volte lui è qui e sono io a tardare; a volte io sono pronta e lui sta baciando le palpebre di qualcun’altro. E allora ti si aprono ore intere da riempire, ore lunghe, in cui il tempo sembra scorrere più lento, i rumori si fanno più forti e il buio crea una strana atmosfera. E’ come sentire lo scoccare di ogni singolo secondo, di ogni singolo minuto, di ogni singola ora. Con le campane vicino casa che prima un tocco, poi due, poi tre ti danno il senso dell’avanzare. Un avanzare troppo lento però per non rischiare di farti del male.

Un po’ leggi, un po’ ascolti musica, un po’ cerchi di tenerti impegnata, un po’ pensi. E succede che magari ti ritrovi nuovamente seduta a terra, le spalle appoggiate alla seduta del divano, le gambe distese a guardare la libreria per decidere con chi leggerai il prossimo libro, per realizzare che di spazio non ne hai più o per ritrovare al solo sguardo di una costola frasi, immagini o solo sensazioni.

Poi gli occhi ti si posano su una macchia in particolare, in disparte, volutamente in disparte. Una costola che ti apre un vuoto. Un vuoto che sta a metà tra un lancio in deltaplano a sentire la leggerezza dell’aria e la paura di un precipizio. Cerchi di distrarti ma lo sguardo torna lì, è come se l’appuntamento stanotte tu l’avessi con quel capitolo e con nessun’altro. Un qualcosa di non scritto e di inevitabile.

Allora non ti alzi neanche per arrivare fin lì, ci arrivi quasi in ginocchio. Ti fai lo spazio tra i talloni e ti siedi. Apri il libro e l’aria si fa precipizio e il precipizio si fa aria.

Una piazza, due cappottini, una bustina di plastica trasparente piegata a triangolo con il mais da dare ai piccioni. Una domenica mattina di trent’anni fa, forse. Il cappottino rosso è della moretta, ride arricciando il naso. La solita espressione tranquillamente furbina di una vita. Dal cappottino verde invece esce una cascata di capelli rossi, esce un’eleganza bambina. Non si guardano le due, lo sguardo è obliquo e ridono. Ridono senza neanche guardarsi e senza neanche dirsi niente. Ridono e basta.

Giri pagina e trovi l’azzurro del mare. I cappottini non ci sono più, le gambe si sono allungate, i volti si sono fatti adulti, in mano due pesche. I piedi sono in acqua. L’estate di tre anni fa. Non si guardano neanche qui le due, ridono, parlano, guardano avanti, all’orizzonte, al futuro. Un futuro che non ci sarà.

Sono bastate due pagine che già chiudi il libro, che hai capito il perché di questo strano appuntamento, in questa strana notte che per un attimo ti eri illusa di riuscire a dormire presto. Ti risuona in testa una frase di Irving arrivata a tradimento nel pomeriggio, una frase capace di far riaffiorare tutto quello che è successo da quel mare in poi. E capisci che l’aria è stata soltanto aria e che il precipizio non c’è stato. Capisci che certi appuntamenti non vanno mancati e che rimandare a volte non serve. E’ passato un anno e adesso ne passeranno altri. Non ci saranno più sguardi obliqui, risate, pesche e piazze. Non ci saranno più insieme.

La mattina di notti così si è stanchi e io adesso ho solo voglia di Albereta, di Lungarno e di bicicletta.