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Sogno o son lesto?
E’ il caso ch’io vi metta a parte della mia ultima produzione onirica.
Sono in bici, ad un semaforo, mi sto dirigendo verso la casa di un parente. Mi affianca una ragazza orientale, piccolina, non bella, in bici anch’ella.
Mi sorride, parte con me al verde. Da dove vieni? Da Manila. Pedaliamo insieme per qualche minuto. Io prendo velocità e lei arranca, stenta ad affiancarmi.
Si attacca al mio braccio. Le dico: ehi, mollami, mica vorrai farti tirare? Lei sorride e non molla. Io urlo: mollami cazzo ché fa caldo, pedala anche tu. Lei mi stringe il braccio e ride sguaiata. Io pedalo sempre più forte per provocare il distacco, ma lei ha una presa d’acciaio, ride come una pazza e si fa trascinare senza pudore. Io divento una furia, pedalo a velocità inaudita e comincio a percuoterla. Le dò una serie scomposta di pugni in faccia, forti, a nocche chiuse. Urlo mollami troia, lasciami andare. Niente. Non molla.
Arriviamo a destinazione, la filippina sempre a traino. Appoggio la bici al muro scrostato di questa casa nobile e decaduta. La ragazza mi guarda, e mi chiede: vuoi un bacetto? La mando affanculo spingendola via e vado a cercare qualcuno che non riesco a trovare tra le cento stanze della casa. Mi perdo, tento di trovare l’uscita. Niente, non ho punti di riferimento. Cerco la bici per tornarmene a casa, ma me l’ha rubata la ragazza.
Vedo un vigile. Sto per chiamarlo, ma mi trattengo. Mi vergogno a raccontargli la mia storia.
Finito.
Che dite, mi faccio vedere da uno bravo?
IL segreto del successo
Il segreto del successo
Ormai l’ho capito: per avere successo nella vita bisogna possedere tre cose: una bella faccia, un bel culo e soprattutto la faccia come il culo.
Parliamone.
1) Una bella faccia. Qui il concetto è più astratto dell’apparenza. Si tratta di enfatizzare i tratti somatici gradevoli anche con trucchi e parrucchi, cercando di trasmettere fiducia e sicurezza. Il mondo cerca solidità, risposte, certezze, futuro, mica frange improbabili per coprire l’insicurezza o ciuffi emo che celano paure. Una bella faccia è un viso solare che sorride, due occhi che ti guardano senza timore di trasmetterti emozioni, due fari che illuminano la via incerta. Essere belli non c’entra, anche se aiuta.
2) Un bel culo. Qui il concetto è molto concreto. E’ questione di fortuna. Di culo proprio, direi. Perché ti puoi dannare in palestra su arnesi di tortura medievali, ma se madre natura non ti ha omaggiato di un deretano degno di nota, ti trovi comunque in affanno a costruirlo ex novo. Inutile negarlo, che tu sia uomo o donna, se ce l’hai bello, la vita cambia. Puoi fare incontri, girare film (ciao Tinto rimettiti in fretta), ricevere apprezzamenti, lo puoi cedere in cambio di un’occupazione; insomma trattasi di inestimabile risorsa che va mantenuta ed ostentata vigliaccamente, senza etica alcuna.
3) La faccia come il culo. E qui ci vuole esercizio. Qui ci vogliono anni e anni di artigianato, un fabbro per la faccia di bronzo e un falegname per lavorar la tolla. Ma la faccia come il culo è uno dei massimi risultati esistenziali, e che ti apre mille orizzonti, ti schiude la via del successo vero, senza limiti, nel lavoro, nel sesso, in famiglia, e via discorrendo. Però bisogna conoscere il segreto. E voi, cari lettori di questo blog affollato di malati di mente, oggi siete fortunati assai perché ho deciso di svelarvelo l’arc-ano. Ebbene sì: da domani anche voi potrete iniziare il lungo e tortuoso percorso che vi porterà finalmente ad avere la faccia come il culo.
Il segreto è tutto qui: l’ostentata sfacciataggine scarica automaticamente l’imbarazzo sull’impreparato interlocutore. Pensateci: è molto più difficile dire di no, che formulare una domanda, per quanto ostica. Se si supera l’iniziale ritrosia ad esporre il quesito imbarazzante, poi la vergogna passa di botto all’altro e son tutti cazzi suoi. Se hai trovato il coraggio di fare la domanda, il destinatario penserà che tu abbia fondatissime ragioni per pretendere una risposta affermativa. E qui lo si fotte.
Allora stasera, quando tornate a casa, oltre a dare la solita carezza ai bambini (i vostri per piacere), sperimentate le vostre nuove potenzialità di faccioculisti in fieri e poi relazionateci con dovizia di particolari.
Ah: magari iniziate col coniuge prima che col datore di lavoro. Di questi tempi…
Careless Whisper
Per chi a metà degli anni 80 era sessualmente attivo (intendo con altri), la ballatona di George Michael di cui al titolo del presente simpatico articoletto era semplicemente ineluttabile, come la messa in piega del ciuffo, la conchetta controlla alito e le spalline smontabili nelle giacche.
Quando partiva il sax, cominciavano le speranze, si dilatavano le pupille, si inturgidivano i pensieri.
Beh, 25 anni dopo, riascoltarla nella sua versione originale fa sempre il suo straordinario effetto, ma l’altra sera in macchina ne ho sentito la cover roca dei Seether, dove è sparito il sax ed è entrato il distorsore. E’ questa .
A voi il giudizio. E siccome Careless Whisper è ormai un classico, merita la trascrizione del testo
Careless Whisper
I feel so unsure
As I take your hand
and lead you to the dance floor
As the music dies,
something in your eyes
calls to mind
a silver screen
and all its sad good-byes
- Chorus -
I‘m never gonna dance again
Guilty feet have got no rhythm
Though it’s easy to pretend
I know your not a fool
Should’ve known better
than to cheat a friend
and waste the chance
that I’d been given
So I’m never gonna dance again
The way I danced with you
Time can never mend
the careless whispers of a good friend
to the heart and mind.
Ignorance is kind
There’s no comfort in the truth
Pain is the all you’ll find
(Repeat chorus)
Never without your love
with the things we’d want to say
We could have been so good together
We could have lived this dance forever
But now who’s gonna dance with me
Please stay
Tonight the music seems so loud
I wish that we could lose this crowd
Maybe it’s better this way
We’d hurt each other
(Repeat chorus)
Now that you’re gone
(Now that you’re gone)
Was what I did so wrong,
that you had to leave me alone
X Morgan
Tripletta di Morgan.
Aram Quartet, Matteo Becucci, Marco. Cos’hanno in comune costoro? La vittoria. E Morgan. Che poi è la stessa cosa.
E sì perché il talent show di raidue è morgancentrico. Tutto gira intorno a lui: la giuria, i cantanti, i vocal coach, Facchinetti e il pubblico, sono spalle involontarie del funambolico artista milanese. Lui sa, lui decide, lui fa e disfa, lui stabilisce cosa è in e cosa out. La prova provata che non importa cosa sai, l’importante è come lo dici. Si contraddice spesso, il nostro, ma recupera sempre con un colpo di reni. A volte inizia la tirata senza sapere cosa dire, ma poi inventa una giustificazione ad ogni esternazione controcorrente che in realtà tutti intimamente invocano, per movimentare uno spettacolo inutilmente lungo, se non per vendere spazi dell’advertising. Insulta il pubblico anche con la levata del dito medio, ma solo per poi scusarsi alla fine, perché lui sa che pentirsi in tivù paga sempre. E quando ti sorge il dubbio che sia solo un sonoro cazzone, si mette al pianoforte per far valere il suo diploma e duetta con l’ospite di turno, a volte emozionando, a volte meno. Molto meno. E poi balla, gigione, accompagnando i suoi pupilli destinati a piacere al pubblico del televoto, ma in realtà per arricchire una volta ancora il suo one man show.
A volte lo vedi con le palpebre pesantissime, che ti chiedi quanto dura l’effetto del caffè e ti viene una matta curiosità di sapere cosa ci sia in quelle lattine immancabili che lo aiutano ad arrivare a mezzanotte e venti, perché prima non si finisce mai al mercoledì.
Vincono i suoi cantanti. Sempre. A prescindere dalla categoria. Ma poi, usciti dal loft di X-factor si perdono nei meandri dell’incomprensibile mondo della musica italiana, dove vincere un talent show o il festival di Sanremo non garantisce affatto il successo. Sono i network radiofonici a fare la differenza e se non funzioni, non vendi. E poi sparisci o esci col disco un anno dopo e lo regali ai parenti.
Morgan cannibalizza i suoi cantanti. Si ciba di loro, li fa vincere perché rispecchino la sua luce. Ed è lui a vincere. Solo lui.
Il vincitore (formale) della terza edizione si chiama Marco Mengoni: meritato premio della critica; certamente il migliore. Man in the mirror, Notorius, L’amore si odia, My baby just cares for me e PsychoKiller sono di una difficoltà assoluta da interpretare, ma lui si annulla nelle canzoni per risorgere con loro, trasfigurato e commosso. Piange sempre, Marco, ma è giovane, bello, ambiguo e con una voce talmente alta che a volte gli sfugge dall’ugola per raggiungere le tonalità degli angeli.
Ora ci vogliono gli autori, quelli veri. Poi ci vogliono i produttori, quelli coraggiosi. E poi ci vogliono i suoni e il sound lontanissimi da Sanremo, vetrina comunque insostituibile. Ci vogliono gli Stati Uniti, per me.
Piccolo e giocattolone
Beh ragazzi, ci hanno ingannato. Le donne intellettuali, quelle mature, progressiste, quelle che la fisicità chissenefrega non ci hanno raccontato proprio tutta la verità. Credo che a loro interessi eccome. La lunghezza, dico. Del bacio sì, anche. Dell’amore, eccome no. Sì avete capito bene: quella che in spogliatoio ci sbirciavamo di sottecchi per un confronto sulla nostra sempre indiscussa virilità adolescenziale.
Chi non ha mai usato il righello trasparente dell’educazione tecnica per un test casalingo sulle dimensioni virgulte? Chi non ha mai confrontato la propria dotazione con quella ingiusta degli stalloni delle riviste di settore abbandonate a bordo strada?
Poi, finalmente, la maturità e la saggezza, e una magica frase che ci ha tranquillizzato per vent’anni: “non è importante quanto ne hai, ma come lo usi!” E come vuoi che lo usi? Per giocarci a cricket? Per infilzarci le friselle del Salento? Come guinzaglio per il foxterrier?
Per anni abbiamo creduto che alle donne interessasse il nostro charme, la nostra cultura, il nostro modo di mescere il vino nel flute giusto. L’unica misura importante era quella della dolcezza, delle visite ai negozi svedesi di arredamento, delle coccole postcoitali. E invece l’altra sera due amiche, appunto colte, romantiche intellettuali e progressiste, mi confessano che i “piccoli” proprio no. Che tipo ci vediamo un film piuttosto. Che la la misura c’ha il suo perché eccome.
Panico? Naaa. Negli anni ’80 non c’era internet. Oggi, ometti cari, vi tranquillizzo io. Tra i 12,5 e i 17 centimetrelli siete a posto. La media nazionale è intorno ai 14 abbondanti. Tra i 9 e i 12,5 siamo modestini. Sotto i 9 scatta l’allarme mignon.
Via, tutti a misurarlo adesso, e non fate come i pescatori che han sempre in saccoccia delle trote da spavento: siate onesti. E poi per le small size c’è sempre la consolazione: non intimorisce, non impegna e lo piazzi ovunque, come lo scooter.
Senza Molto Senso (SMS)
Mi arriva questo sms: “scusa, rimando l’app.to xché sono a un seminario sugli archetipi junghiani. Ti chiamo dopo così ti dico di che archetipo sei.”
Ho paura.