Archivi per la categoria ‘confessioni di una mente disadattata’

Come talk to me

Inauguro un divertissement di Fatacarabina, ovvero le interviste. Stavolta a dei blogger, che non è una brutta parola. Maschi e femmine passeranno di qui, rispondendo a undici (almeno) domande.
Oggi l’inaugurazione coincide con l’esaudire un sogno. Quello di Natzuka (ciockmenta.blogspot.com/), una delle ragazze più divertenti di Friendfeed.

Cominciamo dalle cose importanti: quando ci beviamo lo spritz che ci siamo promesse?
Presto anche se onestamente non so dirti quando uscirò di nuovo di casa per divertirmi, l’ultima volta è stato nel 2003 quindi non saprei, c’è il rischio che io faccia un infarto.

Quando sei arrivata su internet, da dove hai cominciato? Blog o social network?
Credo fosse il 2004, non mi ricordo come scoprii myspace e iniziai da lì, sul profilo di myspace si poteneva tenere un blog perciò si può dire che iniziai quasi contemporaneamente con social e blog, soltanto che per una persona scostante come me è molto più facile gestire il profilo di un social che mantenere bene un blog.

Ti manca Capitano?
Mi manca eccome! Diciamo che da quando lei non frequenta più il web, il mio calo di tono ed entusiasmo è abbastanza evidente…Fortunatamente la rete non è tutto e i social ancora meno, ci sentiamo e ci teniamo aggiornate, ogni volta sono grandi risate.
Le voglio davvero bene.

Manca molto anche a me, ma non gliel’ho detto. Cosa siamo noi, che ti leggiamo e commentiamo, per te?
Tante cose, principalmente una buona compagnia. In fin dei conti, tanti o pochi followers finisce sempre che a commentare siano più o meno sempre gli stessi e l’impressione è di quando scendi al bar sotto casa e ci vai senza troppe paranoie perchè tanto qualcuno che ti fa piacere vedere lo trovi sempre. Poi devo dire che ogni giorno imparo qualcosina dai vostri commenti, post eccetera.

Cosa fai quando non sei connessa?
Quando non sono connessa sono principalmente un’artista frustrata con un full optional di conti da pagare e come tutti quelli in questa situazione, soffro molto di non poter fare un pisolino al pomeriggio.
Il peggior male di essere adulti è avere delle idee realizzabili e non avere il tempo per metterle in pratica, il che è decisamente peggio di quando si è più giovani e si sogna l’impossibile e ci si rotola a letto disperati tra un sonnellino e l’altro.
Dormire per me è fondamentale è rimasta una delle poche cose per cui siamo tutti uguali.

Che lavoro fai adesso? E’ il mestiere che ti piace fare?
In questo periodo lavoro per un’azienda di telecomunicazioni e come dicevo qualche sera fa ad un conoscente, ogni lavoro che mi permette di mantenermi in modo onesto e decoroso è un mestiere che mi piace.
I sogni ovviamente sono altri, ma i sogni veri se sono validi sanno aspettare, nella prossima stagione della mia vita mi piacerebbe aprire un laboratorio artigianale in cui stare tutto il giorno a fare quei lavoretti di cui ogni tanto vi rendo partecipi sui social con qualche foto.

Sai che hai la responsabilità del mio avatar? E perché non ne fai una professione?
Sì che lo so e non sai come mi inorgoglisce la cosa! Non ne faccio una professione perchè al momento non ho i mezzi necessari e sarò onesta, nessuno mi ha mai proposto nulla di interessante e quel paio di volte che le idee erano interessanti, non c’era serietà a condurre i progetti. Perciò continuo a tenerla come una passione personale sulla quale non basare nessuna aspettativa, con cui magari sorprendere le persone che hanno la sensibilità di apprezzare.

Cosa vuoi combinare prima dei 120 anni? E soprattutto come ci arrivi?
Oddio, 120? Se dovessi arrivarci, spero di non raggiungere il traguardo annoiata a morte anche se la probabilità è molto alta se le persone continueranno ad arrancare verso l’inutile e oltre.
Dovessi invecchiare, il mio sogno sarebbe vedermi andare in pensione potendomi mantenere
e diventare una vecchietta impertinente e acuta come mia nonna.

Cosa ti piace del web e cosa ti fa schifo?
Mi piace leggere di mondi totalmente diversi dal mio, vedere foto di posti in cui non andrò mai e in generale mi piace la gente che racconta cose, parole e fatti che altrimenti non potrei conoscere, mi piace anche il fatto che ci sia questa aura da “sogno americano” dove tutti possono fare tutto, anche se ovviamente in ambito italiano questa è una pura illusione.
Non mi piace un’unica cosa che poi si manifesta in n declinazioni diverse:
le manifestazioni più meschine dell’animo umano in rete si palesano senza i filtri della vita reale, parlo per esempio di quelle persone che non lesinano aggressività e atteggiamenti violenti (ovviamente verbali) per il solo fatto che siccome l’interlocutore non li sta vedendo in faccia non può assestargli due cartoni ben piazzati o piuttosto come farei io, chiamare il 112.
Per il resto è tutto come la vita reale con i suoi pregi e i suo difetti.

Hai una idea da sviluppare? E se sì perché non la realizzi?
Di idee ne ho tante, la maggioranza attende tempi migliori senza però perdere smalto o entusiasmo.
Al momento sto effettivamente lavorando per realizzare qualcosina, ma non anticipo nulla.

Dimmi quali sono per te le parole fondamentali
Le parole sono tutte fondamentali, se no il vocabolario sarebbe la migliore bugia di cui sono a conoscenza ;)

19 marzo

Forse c’è un motivo per averti sognato, dopo cosi tanto tempo, ma non riesco ad immaginarlo. Mi è capitato poche volte in passato, e quelle poche volte le ho vissute con gioia, finalmente ti rivedevo, ma erano brevi attimi, pochi ricordi di quei sogni, subito cancellati. Ora, le rare volte in cui ho la fortuna che mi accada di fare un sogno più lungo con te, riesco a svegliarmi per cercare di fissare un momento, un piccolo attimo di quella felicità ad occhi chiusi, nella vita ad occhi aperti. E ci sono delle volte che riesco persino a parlarti, a prenderti per la mano dirti cose che spesso penso di dirti. E tu sei bello nel sogno, sei grande, grosso, ti ricordo sempre come un omone che sprizza salute. Solo, la tua voce non la sogno mai, non riesco a sentirla. Forse semplicemente perchè io non la ricordo più papà. E’ passato così tanto tempo… ma domani è la tua festa, chissà se questa volta la sentirò

Sono una dei pochissimi italiani che a scuola amavano la geografia

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Che tristezza se leggendoli non avessi potuto viaggiare con loro tracciando rotte sulla carta geografica disegnata nella mia testa” Questo dice oggi Sergio in un post del suo Vela Blog che parla di mappe e viaggi in poltrona. Abbiamo una cosa in più in comune, con Sergio. Io sono campione di viaggi in poltrona, fin da piccola.

Ricordo con nostalgia che, quando ero piccola, giocavo spesso con mio fratello a “viaggiare per finta”. Prendevamo l’atlante che usavamo a scuola, e da una cartina qualunque iniziavamo un viaggio fantasioso, lungo il quale passavamo attraverso mille e mille peripezie dalle quali uscivamo sempre indenni e vincitori, grazie alle nostre capacità e astuzie.

Ci stavamo giorni interi a fare quei viaggi. Insomma, senza saperlo avevamo già inventato Chuck Norris. Questo guardare le mappe e fare degli itinerari, visitare città, scalare montagne, guadare fiumi e attraversare laghi con la fantasia mi ha sempre affascinata. Tanto che ancora adesso lo faccio, sono sempre attratta dalle cartine geografiche, appena me ne capita una sottomano, comincio a fantasticare. E poi la curiosità di leggere tutti quei nomi strani di città, di stati, le diversità dei paesaggi, i colori delle bandiere, tutto ciò mi ha sempre attirata, ho sempre cercato di immaginare come sarebbe stata la mia vita in quei posti, da ciò la curiosità di vederli davvero.

Certo che ora con le mappe di Google, le cose si sono facilitate, è tutto un altro cercare luoghi, ma devo ringraziare il vecchio atlante della mia infanzia, per avermi dato la capacità di ampliare i miei orizzonti, di navigare con la fantasia

auguri mamma

Dovrei andarci più spesso, lo so. Ogni volta mi pento del troppo tempo trascorso dall’ultima visita, dall’ultima telefonata, e lei c’è sempre per me, anche se non sarà sempre così, niente è eterno, e lei sembra così fragile.

Certo per me è sempre bella ed eterna, ma quasi ogni volta mi accorgo di un piccolo cedimento. Ultimamente è un po’ depressa, dice che avere intorno i suoi nipoti le mette allegria, non pensa più al tempo passato, a tutte le cose accadute. E’ sempre difficile andare via da lei a mani vuote, c’è sempre qualcosa da portare via, anche solo un pacco di biscotti, cioccolatini, la paghetta ai nipoti, piccole cose che compra proprio per regalartele quando vai a trovarla. Spesso la trovo che risolve le parole crociate, lo fa da una vita, mi ha insegnato lei, e se la prende con se stessa quando non si ricorda alcuni nomi e mi aspetta per finire il cruciverba, non vuole certo lasciarlo incompiuto.

Ora esce poco, non le piace molto uscire da sola, le fanno male le ginocchia, ah quell’artrosi che la tormenta e non riesce più ad andare a teatro! “Ti accompagno” le dico sempre ma lei no, a lei piace fare a modo suo, quando vuole lei e senza disturbare nessuno. Si lamenta dei dolori da cui non riesce a liberarsi, ma non prende mai nessuna medicina, lei è il suo medico. Dice che non le servono, che lei sa quando sta bene e quando sta veramente male. Dice che ormai è vecchia, che noi non ce lo immaginiamo nemmeno come ci si sente da vecchi. Ma lo dice sorridendo con i suoi occhi vivaci e attenti, serena e sorridente.

In fondo, però, vorrei assomigliarle. Vorrei avere quella serenità che da sempre l’accompagna nonostante la vita per lei non sia stata facile. E vorrei avere quella lucidità che ancora le permette di essere la mia mamma, perchè ancora adesso i consigli che mi dà lei sono i più saggi.

Buon compleanno mamma, ti voglio bene

Un post cattivissimo

Ho scritto un post cattivissimo… ma talmente cattivissimo che se lo avessi pubblicato mezza friendfeed mi avrebbe defollowato e l’altra mezza mi avrebbe guardato con gli occhi brutti.

Allora siccome è troppo cattivissimmo e non lo pubblico ma l’ho pensato e scritto direi che ora mezzi dovreste defollowarmi e mezzi guardarmi con gli occhi brutti.

Fatelo! così… sulla fiducia.

discorsi sulla sintonia di coppia

questo post è ispirato e un po’ anche copiato dal mio vecchio blog che non ho più. lo specifico perché chi leggeva il mio vecchio blog che non ho più e ritrova più o meno la medesima situescion non pensa che plagio. plagio da me stessa quindi plagio un po’ quel cavolo che mi pare. ora procedo col post. ma ho preferito specificare perché meglio specificare che deficere. ed io se permettete di deficere non mi piace per un cavolo.

***

tempo fa ho analizzato che esistono tre modi per mettere i sacchetti dell’immondizia:

1) a triangolino: tipico di personalità precisa e anche un po’ maniacale. mostra un bisogno estremo di preservare lo spazio e mantenere l’ordine. persona non pigra.

2) nodo: denota una personalità attiva e sbrigativa. il nodo al sacchetto preserva lo spazio ma non mantiene l’ordine. di persona vivace che non si perde nei particolari, mediamente pigra.

3) com’è rimane: denota disordine mentale e psichico. il sacchetto com’è rimane buttato sotto il lavandino occupa molto spazio e crea molto disordine. di persona disadattata e disturbata e pigra.

analizzando quindi le unioni di coppia in base alla modalità di ordinamento del sacchetto dell’immondizia si può notare quanto segue, posto che le unioni del medesimo ordinamento saranno praticamente perfette:

a) coppia triangolino – com’è rimane: unione impossibile

b) coppia triangolino – nodo: unione avversata dalle condizioni mentali seppur possibile, difficile ma possibile

c) coppia nodo – com’è rimane: ampie possibilità di riuscita, soprattutto se uno dei due riesce a spiegare all’altro che il suo modo è migliore. generalmente il com’è rimane riuscirà a vincere sulla pigrizia già esternata dal tipo nodo.

dunque facendo un punto della situazione, visto che io sono un tipo “com’è rimane” specifico che mi interessano solo i tipi “com’è rimane” o i tipi “nodali” a patto che non rompano più di tanto i maroni.

chiaramente questo tipo di indagine potrebbe essere svolta anche per come si schiaccia il tubetto del dentifricio o di gel, come si srotola la carta igienica, la condizione del terrazzo… ed altre amenità.

dai su… confessatevi!

A caro prezzo

Ho incontrato un demone, era bello come un angelo. Si è preso la mia anima lasciandomi in cambio l’amore per la musica.

Non posso più stare un solo minuto senza ascoltarla, la musica…

ma non riesco più a sentire una sola nota senza piangere, dentro.

ti porto con me

Era piccolina Sara, la portavo all’asilo e lei era triste perché dovevamo separarci. Tutte le mattine dovevo passare qualche minuto con lei per rassicurarla che sarei tornata presto a prenderla.
Un giorno, in un negozio di giocattoli, trovammo una bambolina piccolissima, era di gomma con l’anima di fil di ferro, in modo da poterle piegare le gambe e le braccia, aveva i capelli rossi fatti a mo’ di fragolina. Così la chiamammo Sara fragolina. Da quel giorno, quando portavo Sara all’asilo, prima di lasciarla le facevo vedere la bambolina e le dicevo “Vedi tu sei questa, sei Sara Fragolina, sei così piccina che ti tengo nella mia tasca fino a quando arrivo in ufficio, poi lì ti tiro fuori dalla tasca e ti siedo sul computer, vicino a me, così ci possiamo vedere, stiamo sempre insieme e ci facciamo compagnia; io ora sono contenta, e tu non devi essere più triste perchè siamo insieme tutto il giorno.”

Strano a dirsi ma quella bambolina è servita veramente a non farla sentire abbandonata; a volte bastano solo poche parole e i gesti giusti per rassicurare le persone che le amiamo, per dire. Sara fragolina ora è qui, dorme nel cassetto della mia scrivania , mi piace ricordare a cosa è servita

se devo dire la delusione

Mio padre, quand’ero piccola, ascoltava quasi esclusivamente musica classica. I miei ricordi di quegli anni mi riportano pomeriggi di festa invasi da Mozart e Bach, i suoi preferiti; le conversazioni con mio zio, suo fratello maggiore, incentrate sulle opinioni riguardo questo o quel pezzo eseguito in questo o quell’altro modo da questa o quell’altra orchestra; i litigi per la scelta della radio o della cassetta da ascoltare durante i viaggi lunghi in macchina, che poi alla fine l’aveva sempre vinta lui perché la nostra musica a lui faceva venire il nervoso.
L’unica musica “altra” che mi ricordo, di mio padre, sono gli Inti Illimani e i Beatles, e un po’ di jazz, che io all’epoca non apprezzavo per niente. Negli anni in cui ancora non si disponeva di musica di provenienza esterna alla famiglia erano quelli i dischi con cui distrarsi, a casa mia.

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band mio padre ce l’aveva non in cassetta, come gli altri, ma in vinile, e io quel disco credo di averlo ascoltato alcuni miliardi di volte, con l’astuccio in mano a leggere i testi e a impararli a memoria, con mia sorella piccola che si faceva insegnare le parole in inglese e le ripeteva benissimo. Insomma, i pomeriggi con quella custodia, con le figure da guardare, e quella musica nelle orecchie per me sono più o meno la cosa più vivida della mia primissima adolescenza; quelle parole di una lingua nuova le prime che ho imparato e le uniche che non dimentico facilmente.

Quando mio padre è morto noi non è che ci siamo spartite l’eredità. La casa di mia madre è rimasta la stessa. E gli oggetti nessuna di noi si è sognata di rivendicarli o anche solo di chiederli: noi quella casa la frequentiamo e i ricordi si conservano bene, lì dentro.
Finché un giorno a mia madre è venuto in mente di regalare Sgt. Pepper’s a mio cognato, ché lui ci ha la passione dei Beatles, e quel disco in quella custodia, consumata da me bambina, è passato di mano; e nessuno, nemmeno io, ha detto una parola per protestare, per far notare a mia madre che quella cosa era ingiusta e impossibile, che non si doveva, che io su quel disco ci avevo passato i pomeriggi e lo sapevano tutti; invece a lui, mio cognato, doveva bastargli la musica, andava bene anche un CD. Invece niente, muta. Il disco l’ha tenuto lui.

Per dire quanto poco conoscono di te i tuoi genitori.

(una canzone in tema)

scrivimi

Non ho mai parlato molto, sono un tipo riservato, timida, di poche parole. Tu parlavi ancora meno di me.

Ma io ho sempre avuto necessità di sentirle le parole, perchè le parole, oltre ai gesti, mi hanno sempre dato delle conferme, delle certezze. Così, per trovare una soluzione ad una coppia che non trovava modo di esprimersi come avrebbe voluto, ho trovato l’espediente dei bigliettini.

Funzionava davvero bene, devo dire. Tu spesso eri fuori alla sera, non avevamo mai molto tempo da passare insieme. Io ti facevo trovare un bigliettino sul tavolino dell’ingresso. Lo lasciavo li alla sera, prima di andare a dormire.

A volte scrivevo solo quello che avevo fatto durante la giornata, quello che era successo a me, ai bambini. A volte scrivevo solo poche parole, quanto mi mancavi, quanto ti avrei voluto vicino, quante cose ti stavi perdendo. Alla mattina, alzandomi per prima, trovavo il tuo biglietto, nello stesso posto dove avevo lasciato il mio. Anche se erano poche parole era bello iniziare la giornata leggendo qualcosa di tuo.

Qualche volta ci abbiamo anche litigato cosi. Stranamente non abbiamo mai parlato di quello che ci scrivevamo, era un accordo tacito, rimaneva scritto e basta, ma piano piano questo espediente è riuscito a farci sentire complici, sino a parlare

Ora non ci sei più, ma io, di questi biglietti, ne conservo ancora un bel po’; li tengo tutti ripiegati nel cassetto del comodino, ho un po’ paura di aprirli, come se aprendoli quelle parole potessero cancellarsi, svanire, volare via, invece ora respirano, dormono accanto a me