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Dilemmi zieschi

Mio nipote, il più grande, è alle prese con la prima cotta. Ne sono convinta, anche se non me l’ha detto esplicitamente. A lui non serve dirle le cose a me, basta che ci guardiamo. Venerdì scorso a pranzo ha rifiutato i tortiglioni con il ragù. Capita solo se è malato. Sta benissimo. Oggi mentre gli accarezzavo i capelli, neri notte, mi ha detto:”Mì, me li devo tagliare”.

Lui che per portarlo dal barbiere, bisognava legarlo…Ecco, ho capito. Mi aveva accennato giorni fa ad un gruppo di ragazzine che vanno a vederlo giocare a basket, e seguono anche gli allenamenti. Due più due, non serve che parli. Zia ha capito.

Mi toccherà fargli un discorsetto, dovrei trovare le parole giuste, arrivarci senza linee dirette ma con una curva larghissima, che lo prende in contropiede e non gli permette di dirmi no, non è vero, ma che dici, sei matta. Dovrei evitare anche gli strali di mia sorella, come quella volta che è andato alla festa di sera con gli amici e guardacaso mi ha chiesto :”Zia cosa è uno spinello”. E io gli ho ribattuto, ma stavo cucinando e avevo la testa altrove, lo ammetto. “Beh il primo te lo fai con me e ti spiego tutto”. Che mia sorella poi non mi ha parlato per due settimane ma in realtà io volevo far assolutamente del bene.

Sto cercando le parole e intanto vado indietro con la mente al mio primo innamoramento, quello da mal di pancia, sai la cotta, che ti brucia dentro, che vuoi solo vederlo, solo giocarci assieme, solo tenergli la mano e non mollarla più. Lui era uno dei due chierichetti che rischiarono il rogo durante i fioretti di maggio, preparatori alla cresima (ero in quinta elementare). Impazzivo per il suo ciuffo, lui, figlio di panettieri mi regalava sberle e montasù e mi guardava come le star dei film in bianco e nero, con l’occhio balzandoso e il sorriso da gattone e io regolarmente o inciampavo nella gonna a pieghe o scoppiavo a ridere. E ridere mentre leggi l’atto di dolore sull’altare non è granché bello, si rischiava l’inferno, pensavo all’epoca. Lui la settimana prima mi aveva fatto far una figura orribile alla messa delle cinque incendiando la mia gonna a pieghe con il cero e costringendomi ad una fuga inseguita da don Tarcisio. Lo amavo di un amore profondo , mi sognavo di lui, mangiavo solo il suo pane, lo adoravo insomma. Dio quante sberle gli ho tirato. Ma non potevo lasciar passare indenne lo sgarro, anche se la colpa se l’era presa tutta mio cugino, e così ricambiai incendiando la settimana dopo,con un analogo cero, la sua veste immacolata e don Tarcisio dovette farsi due ombre di rosso per evitar l’ira di suo padre. Il giorno dopo lui mi aspettò fuori dalla chiesa e mi disse che ero forte e se volevo esser la sua fidanzata. Ci baciammo con la labbra strette e poi andammo a giocar  a pallone assieme. Il giorno dopo mi regalò uno scubidu dove attaccarci le chiavi. L’aveva fatto lui, era nero e blu. Cacchio, era interista…Poi la cresima e ci perdemmo, ma senza neanche un ahhhhh di dolore. Avevamo già qualcun altro da amare, da rincorrere…

Ecco, meglio se non gli dico niente a questo cucciolo peloso d’uomo…almeno per ora. Che se la goda la prima volta con tutto il bambambambam!!!

mi manchi

Mi piace sentirti vicino a me, quando mi sveglio nella notte lievemente illuminata, intravedere il tuo profilo che si muove appena mentre respiri, ascoltare quel respiro e respirare con te, chissà se riesco a svegliarti col solo pensiero. Mi piace sentire il tuo profumo, coglierne ogni piccola sfumatura e viaggiare con le sensazione che l’odore della tua pelle mi dà. Mi piace, soprattutto, sfiorarti, leggermente, dolcemente, passare le dita sui tuoi occhi, sulla tua bocca, imprimerli nella mente per ricordarli quando non ci sei. Non voglio svegliarti, vorrei solo passarti, con il mio tocco, il mio amore nel tuo sogno, vorrei che tu ora sognassi di me, che ti respiro a fianco, di noi e che svegliandoti tu cercassi la mia mano che ti sfiora, la prima cosa bella della giornata. Mi manchi.

Gina

 
Per dirla come la direbbe Sergio, non sono mai morta ma sono rinata due volte. Lui direbbe così, io invece vi dico che mi sono data un nuovo soprannome. Io in privato, quando sto con il mio procione, spaparanzata sul divano a pensare, mi chiamo Gina.

E’ la prima volta nella mia vita, e adesso che la vivo non vedevo l’ora mi vien da dire, che comanda lei, la Gina. Ogni minuto della mia giornata non riesce più ad essere dettato da abitudini, consuetudini, prassi consolidate. Io ho voglia di non aver più niente di fastidioso addosso, ho voglia di mostrarmi. Ho voglia di non lavorare, ma di andare e scoprire…

Ho voglia di scatenarmi a ballare per ore a ritmo rock. Ho voglia di vestitini, di tacchi alti. Insomma, per la prima volta, davvero, mi sento femmina.

No, io sembro normale, la fata di sempre, ma poi all’improvviso, non so come e non so perché, me ne sbotto con una uscita, con un ancheggiamento, una risata, un occhiale tolto di botto, e tutti attorno a me mi guardano in maniera diversa.

L’altro giorno ridevo con alcune persone al bar e un signore all’improvviso per prendermi in giro mi ha detto: ma te chi sei? E io involontariamente gli ho risposto: sono Gina.

Poi imbarazzata per quello che mi è uscito di bocca, ho aggiunto Davis, sono Gina Davis. Si scriverebbe Geena, ed è l’attrice di Thelma e Luise, mi sono ricordata…poi.

Sara

Mi dicono tutti che ci somigliamo davvero tanto. Forse è vero, anche lei ha gli occhi castani, forse un po più scuri, i capelli biondi, forse un po’ più scuri anche quelli, lo stesso sorriso, il suo meno disincantato. Si, in effetti ci somigliamo molto. Se guardo, poi, le mie foto alla sua età beh, siamo proprio identiche.

Eppure siamo così diverse, lei è un persona determinata, sa quello che vuole e sta facendo di tutto per averlo, è sicura, non si volta indietro e non perde tempo, dice sempre la sua opinione e si batte per il suo pensiero, si sa far rispettare da chiunque, insomma è un tipo forte e deciso. Io no, per niente.

E poi lei ama gli animali, giocare a pallavolo, cantare, stare con gli amici, ridere, leggere, ascoltare musica, andare al cinema, viaggiare, studiare lingue.
Però l’altra sera, mentre eravamo sul divano a guardare per l’ennesima volta, l’attimo fuggente, ha poggiato la testa sulla mia spalla, e ho intravvisto gli occhi lucidi.

Come me. E tutte quelle cose che ama, in fondo, le amo anche io.

Allora è vero, è una parte di me che si è staccata per crescere autonomamente, per diventare quello che è, ma nel farlo le è rimasto qualcosa di me; è che fa uno strano effetto vedere tua figlia crescere e somigliarti, amare le cose che tu ami, provare gli stessi sentimenti, ti fa rivivere tutto quello che hai già vissuto, e la cosa più bella è che per passarle tutto questo l’ho solo amata, nulla di più

parquet, 2

Alcuni rapporti vivono di equilibri fragili. Il mio rapporto con il sonno ultimamente vive di un equilibrio fragilissimo. A volte lui è qui e sono io a tardare; a volte io sono pronta e lui sta baciando le palpebre di qualcun’altro. E allora ti si aprono ore intere da riempire, ore lunghe, in cui il tempo sembra scorrere più lento, i rumori si fanno più forti e il buio crea una strana atmosfera. E’ come sentire lo scoccare di ogni singolo secondo, di ogni singolo minuto, di ogni singola ora. Con le campane vicino casa che prima un tocco, poi due, poi tre ti danno il senso dell’avanzare. Un avanzare troppo lento però per non rischiare di farti del male.

Un po’ leggi, un po’ ascolti musica, un po’ cerchi di tenerti impegnata, un po’ pensi. E succede che magari ti ritrovi nuovamente seduta a terra, le spalle appoggiate alla seduta del divano, le gambe distese a guardare la libreria per decidere con chi leggerai il prossimo libro, per realizzare che di spazio non ne hai più o per ritrovare al solo sguardo di una costola frasi, immagini o solo sensazioni.

Poi gli occhi ti si posano su una macchia in particolare, in disparte, volutamente in disparte. Una costola che ti apre un vuoto. Un vuoto che sta a metà tra un lancio in deltaplano a sentire la leggerezza dell’aria e la paura di un precipizio. Cerchi di distrarti ma lo sguardo torna lì, è come se l’appuntamento stanotte tu l’avessi con quel capitolo e con nessun’altro. Un qualcosa di non scritto e di inevitabile.

Allora non ti alzi neanche per arrivare fin lì, ci arrivi quasi in ginocchio. Ti fai lo spazio tra i talloni e ti siedi. Apri il libro e l’aria si fa precipizio e il precipizio si fa aria.

Una piazza, due cappottini, una bustina di plastica trasparente piegata a triangolo con il mais da dare ai piccioni. Una domenica mattina di trent’anni fa, forse. Il cappottino rosso è della moretta, ride arricciando il naso. La solita espressione tranquillamente furbina di una vita. Dal cappottino verde invece esce una cascata di capelli rossi, esce un’eleganza bambina. Non si guardano le due, lo sguardo è obliquo e ridono. Ridono senza neanche guardarsi e senza neanche dirsi niente. Ridono e basta.

Giri pagina e trovi l’azzurro del mare. I cappottini non ci sono più, le gambe si sono allungate, i volti si sono fatti adulti, in mano due pesche. I piedi sono in acqua. L’estate di tre anni fa. Non si guardano neanche qui le due, ridono, parlano, guardano avanti, all’orizzonte, al futuro. Un futuro che non ci sarà.

Sono bastate due pagine che già chiudi il libro, che hai capito il perché di questo strano appuntamento, in questa strana notte che per un attimo ti eri illusa di riuscire a dormire presto. Ti risuona in testa una frase di Irving arrivata a tradimento nel pomeriggio, una frase capace di far riaffiorare tutto quello che è successo da quel mare in poi. E capisci che l’aria è stata soltanto aria e che il precipizio non c’è stato. Capisci che certi appuntamenti non vanno mancati e che rimandare a volte non serve. E’ passato un anno e adesso ne passeranno altri. Non ci saranno più sguardi obliqui, risate, pesche e piazze. Non ci saranno più insieme.

La mattina di notti così si è stanchi e io adesso ho solo voglia di Albereta, di Lungarno e di bicicletta.

adolescenza (di ritorno)

Dice, qualcuno di saggio o forse con poca memoria, che è il tempo dell’amicizia e dei giochi e delle confidenze; invece io, quell’età lì, per me, è stata solo incomunicabilità e scontentezza, e amori impossibili e tormento e non capire e non capirsi, e lacrime e solitudine e il mondo visto dalla finestra e paura di uscire e darsi e  mostrarsi e sbagliare.
Io pensavo che quello che non avevo avuto allora, per paura o incapacità, pensavo che quello che non avevo avuto allora non l’avrei avuto più; e un po’ mi dispiaceva, di aver perso le occasioni, di aver lasciato andare le persone, di non aver afferrato le possibilità.

E adesso che mi ritrovo sorpresa da amicizia e giochi e confidenze e chiacchiere e pianti e parole oneste e risate spontanee resi nuovi da una nuova età, mi vien voglia di ringraziare. Ché non si è mai cresciuti abbastanza, per fortuna.

Tatuami

Ho sognato che mi facevo un tatuaggio, anzi no, aspetta che ci penso bene. Non era un tatuaggio vero e proprio, di quelli che non vanno più via.

Ho sognato che la mia schiena veniva disegnata, dipinta da parole d’amore. E poi ero io alla fine a dover scegliere se cancellarle o lasciarle lì, sulla pelle, con il colore che si mescola alla epidermide.

Ho sognato che mi scrivevano parole d’amore sulla pelle e la mia schiena diventava un piccolo libro. Non c’era nulla da sfogliare, ma le potevi sfiorare le parole seguendo il movimento della grafia delle lettere e io restavo lì, distesa, pacifica, a farmi massaggiare la schiena dalle parole.

Che le parole per me valgono tanto, anche se io sono piena di silenzi, che a volte mi dono, altre mi impongo.

E lo so che nei miei silenzi, talvolta mi sento sola.

Ma non so, è un periodo che ho bisogno più di prima della forza delle parole. E allora mi piacerebbe fosse reale questo sogno.

Mi basterebbe scostare il maglione, abbassare il kimono e su di me, sulla mia schiena, ritroverei tutte quelle parole d’amore che io non so chiedere e che invece ci sono, perché ognuno di noi le sa dire a modo suo e se anche le tace, per timore, paura o timidezza, su una schiena gli verrebbe facile dire, senza temere, dico io.

Perché la pelle non mente e la schiena nasconde.

Senza Molto Senso (SMS)

Mi arriva questo sms: “scusa, rimando l’app.to xché sono a un seminario sugli archetipi junghiani. Ti chiamo dopo così ti dico di che archetipo sei.”

Ho paura.

Steek Hutsy

Benvenuto in manicomio. Si sta neanche male, in questo manicomio qua: uomini e donne, si dorme tutti nella stessa camera. La sera si chiacchiera con la luce spenta finché l’ultimo, il più insonne, non si addormenta anche lui.
Il frigo è pieno: se ti vien fame prima che faccia giorno, basta che ti alzi senza far troppo rumore.
La mattina, il primo che apre gli occhi prepara il caffè. Poi, inizia la giornata.

(PS: tutto questo perché proprio non mi piaceva il post vuoto)