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(73 anni, mia zia)

Stanotte ho sognato che Lady Gaga, vestita di viola dalla testa ai piedi, veniva alla festa di compleanno di mia zia: scendeva da una macchina bianca ma anche un po’ metallizzata lunga un chilometro, abbracciava mia zia, poi veniva da me che con un certo imbarazzo le davo la mano mentre lei mi sussurrava all’orecchio:”Dove sono le baby-sitter?”.

Poi lungo una strada costeggiata di cascate di fiori rossi e viola facevo dei pensieri che adesso non mi ricordo più.

Devo preoccuparmi o è stata solo la sopressa?

Il sogno del Mercoledì notte

Ero andato a fare una consegna a domicilio (che già di per sé è strano perchè non è cosa che faccia mai) e mi trovavo in una stanza semibuia; la famiglia era composta da un padre in sedia a rotelle e con l’alzheimer, una madre sfatta per la cura del marito e della famiglia e due figli, un bambino sui 10 anni ed una ragazza sui 30.

Sono seduto sul divano e nella penombra la ragazza mi ruba un bacio sulla guancia, lì per lì sono lusingato e un po’ imbarazzato, cerco di guardarla in viso ma di lei non riesco ad intravvedere altro che la bella siluette.

Da lì ci ritroviamo io e la ragazza fuori della porta, ha un bel fisico ma è decisamente bruttina.

Parliamo. Non c’è stato niente altro che quel bacio sulla guancia ma sembra che lei si aspetti da me un rapporto duraturo. In apparenza è innamorata ma io in realtà negli occhi le leggo solo il terrore di rimanere ingabbiata in quella famiglia dove il quinto e il sesto componente sono tristezza e disperazione.

Mi implora di tornare, non ho il coraggio di dirle di no ma tergiverso, le dico di non aspettarsi che torni tanto presto, che faccio un sacco di cose, che ho pochissimo tempo. Non ho il coraggio di dirle che non tornerò da lei perchè sono già impegnato. Mi sento in colpa perchè so che dovrei dirle la verità, che laciarle anche un minimo di speranza è peggio, che dovrei essere onesto e tagliare… ma ha talmente tanta disperazione negli occhi da farmi mancare il coraggio.

A salvarmi da questo stallo è solo il risveglio.

Mi consolo dalla notte agitata facendo colazione con una tazza di Pringles Paprika annegate nel Baileys.

Il sogno della domenica pomeriggio

La Silly sul Muletto

La Silly sul Muletto

Ero in giro per il centro in Vespa, un cinquantino modello fine anni sessanta, in teoria io non potrei guidare una vespa ma quando mi sogno me medesimo lo faccio che mi funzionano ancora tutte e le due le braccia e faccio quelle cose che nella vita reale non posso più fare… tipo prendere una donna per tutte e due le chiappe mentre si fa sesso… o prenderle entrambi i seni mentre la prendo da dietro… o cose così…

ma insomma, come al mio solito sto divagando…

tornando al sogno, passando di fronte alla rivendita dei biglietti del bus mi viene in mente che ho dimenticato di portare con me i soldi per comprarli allora dico ad uno che era con me, lui era in moto, che mi mancano i 200 Euro per prendere i biglietti del bus e lui mi dice che a metà mese gli dovrebbero entrare dei soldi e me li può prestare. Allora io gli dico che non ha capito, che di soldi per comprare i biglietti ne ho fin che voglio solo che li ho dimenticati in negozio e mi servono subito.

Ma questo insiste che a metà mese… e io non riesco a spiegargli che non gli sto chiedendo i soldi in prestito, che li ho ma non qui e subito, che devo solo tornare in negozio a prenderli.

E poi sogno finito perchè la Silly mi ha dato un calcione con tutte e due le zampe posteriori e mi son svegliato con una gran voglia di pucciare Pringles paprika nella Crema Novi.

mich e un treno

Mich, una dai sogni contorti, per una volta fa un sogno per nulla complicato. Si chiede, e ci chiede, cosa voglia dire.

Mi trovo in una stazione di Torino e devo prendere un treno per andare a Roma e restarci quattro o cinque giorni. Però non ho né il biglietto né la valigia: ho lasciato entrambi a casa dei miei genitori. Li ho lasciati lì di proposito, pensando di prenderli prima di partire. Ma mancano dieci minuti all’arrivo del treno e so che ora non ho più tempo di andare fino a casa e nessuno può portarmeli. Ma sono piuttosto tranquilla e tra me e me rifletto “Non importa, salgo lo stesso, ci penso dopo”. Il treno arriva e salgo. È un vagone senza sedili, ci sono solo dei corrimano come nei pullman. C’è un sacco di luce e l’atmosfera è calda e accogliente. Sono a mio agio finché non inizio a pensare che va bene essere senza valigia, ma almeno il biglietto lo dovrei recuperare. Sono molto serena, mi stupisco quasi perché non provo ansia o apprensione per quel momento di illegalità su rotaia, però decido comunque che è il caso di scendere e tornare indietro a prendere il biglietto. In quel momento però incontro una conoscente, non un’amica, una ragazza dei tempi dell’università che non vedo da anni, molto gentile, che mi dice “pensavo che avresti fatto finta di non vedermi per non dovermi salutare”. E io “ma figurati se fingo di non vederti”. Chiacchieriamo del più e del meno e intanto la fermata del treno alla quale dovrei scendere non arriva. O forse è passata e non me ne sono accorta. Non sono preoccupata, ma mi chiedo se ce n’è un’altra e quanto manca. Fine.

così sogna Lia

Riceviamo via e-mail il sogno di Lia che attende inquieta il responso dei disadattati:

Sono in una classe di scuola piena di genitori, c’è l’assemblea di inizio anno. L’aula è bellissima, e mentre l’insegnante ci spiega i perché e i percome, io la guardo, l’aula. Guardo in alto davanti a me e cerco di misurare la lunghezza della parete. Più o meno 8/9 metri. Le pareti hanno anche delle stoffe morbide attaccate su, lavorate e disegnate dai bambini. E’ un’aula molto morbida, piena, solare, un aula dei bambini, proprio (penso sia una quarta, infatti il mio è in quarta). Poi mi guardo attorno. Ho il piccolo sulle ginocchia, ma l’assemblea è per il grande. Vedo che è quadrata ed è piena di cose colorate, cartelloni, vita vissuta raccontata, banchi a gruppetti (c’è tanto spazio), banchi allineati davanti alla finestra. L’aula dà proprio l’idea del movimento. Ci sono due librerie, c’è un tavolo attaccato alla parete con l’angolo della scienza, tipo con dei microscopi. Ci sono dei computer. Non è ordinata, c’è un casino, ma è il casino creativo, e mi piace un sacco. Anche le maestre che parlano mi piacciono un sacco. Più che una scuola sembra un posto dove i bimbi vivono esperienze di vita assieme, anche didattiche, ma mischiate alla vita però. Poco “disciplinari”, non so come dire.

Poi usciamo, si chiacchiera con i genitori, mi ricordo una mamma e un babbo, si dice: eh, purtroppo la scuola dei nostri figli non è così bella e grande. C’è rassegnazione nell’aria.

Poi sono con questa mamma (che mi ha detto che si sta avvicinando l’ora della menopausa) al mare con i nostri figli. Siamo su una spiaggia selvatica affollata, ci sono ombrelloni sparsi, è ancora estate, verso la fine, è un po’ caldo e un po’ freddo e la gente sta mezza vestita. C’è un tempo stranissimo, è quasi buio per via di nuvole nere, però è bello stare lì, e infatti non se ne va nessuno. I bimbi fanno il bagno con i vestiti, giocano dentro e fuori dall’acqua (il mare è mosso bello, qualche ondina per fare i giochi) con le scarpe addosso. Ma a noi non ci importa molto. E’ normale, diciamo. Dietro a noi c’è una specie di boscaglia e di fianco le rocce, come una montagna, noi siamo lì di fainco a questa montagna-scoglio enorme. Che posto figo. Poi non mi ricordo molto. Lei va e viene, facciamo una passeggiata, il cielo è strano, come quado sembra che debba venir giù un nubifragio. Io sono a mio agio. Facciamo anche dei discorsi, ma sono confusi, non me li ricordo.

Questa donna però è un po’ inquieta, preoccupata, si agita, va e viene.

Basta, non avendolo ricordato subito, questo è quanto.

Sogno o son lesto?

E’ il caso ch’io vi metta a parte della mia ultima produzione onirica.

Sono in bici, ad un semaforo, mi sto dirigendo verso la casa di un parente. Mi affianca una ragazza orientale, piccolina, non bella, in bici anch’ella.

Mi sorride, parte con me al verde. Da dove vieni? Da Manila. Pedaliamo insieme per qualche minuto. Io prendo velocità e lei arranca, stenta ad affiancarmi.

Si attacca al mio braccio. Le dico: ehi, mollami, mica vorrai farti tirare? Lei sorride e non molla. Io urlo: mollami cazzo ché fa caldo, pedala anche tu. Lei mi stringe il braccio e ride sguaiata. Io pedalo sempre più forte per provocare il distacco, ma lei ha una presa d’acciaio, ride come una pazza e si fa trascinare senza pudore. Io divento una furia, pedalo a velocità inaudita e comincio a percuoterla. Le dò una serie scomposta di pugni in faccia,  forti, a nocche chiuse. Urlo mollami troia, lasciami andare. Niente. Non molla.

Arriviamo a destinazione, la filippina sempre a traino. Appoggio la bici al muro scrostato di questa casa nobile e decaduta. La ragazza mi guarda, e mi chiede: vuoi un bacetto? La mando affanculo spingendola via e vado a cercare qualcuno che non riesco a trovare tra le cento stanze della casa. Mi perdo, tento di trovare l’uscita. Niente, non ho punti di riferimento. Cerco la bici per tornarmene a casa, ma me l’ha rubata la ragazza.

Vedo un vigile. Sto per chiamarlo, ma mi trattengo. Mi vergogno a raccontargli la mia storia.

Finito.

Che dite, mi faccio vedere da uno bravo?

Il sogno di Laura

Cari disadattati, sono Laura… La scorsa notte ho fatto un sogno che mi ha angosciato non poco: tornavo (con valigia, tipo da un viaggio) nella mia casa di Bologna, quella che condividevo con le mie amiche dell’Università, entravo in cucina e trovavo sui fornelli una gran quantità di pentole in ebollizione con dentro dei pesci/mostri marini che si divincolavano, emettendo suoni strazianti (suoni eh), ormai prossimi alla morte.

Alla fine bruciavano e nelle pentole c’erano solo sagome nere. Io assistevo incredula e sgomenta a questa tortura, a questo dolore dei pesci, ma senza fare nulla. Pensavo solo “io odio le mie coinquiline, odio la loro cena”. Sono perplessa, ci penso da un giorno…

Temo voglia dire che sono una disadattata poco felice. Tra i pesci ricordo totani, crostacei giganti, anche un anemone di mare, insomma cose così.

Grazie… La

di trespoli e water

Allora, stavo in un teatro buio e sul palcoscenico c’era il cugino dello Splendido da piccolo che faceva un monologo. Io pensavo, che bravo che è ‘sto bambino a recitare. Solo che io assistevo a questo spettacolo seduta su uno sgabello altissimo, tipo quelli degli arbitri (si chiamano arbitri?) a tennis, e in braccio avevo mio figlio, e a un certo punto ho capito che mi stavo addormentando e avevo paura di cadere e di far cadere mio figlio. Allora ho detto allo Splendido di aiutarmi a far scendere il bambino perché era buio pesto e non vedevo gli scalini del trespolo.
Scesa anch’io dal trespolo andavo nel bagno di un giardino pubblico perché dovevo fare pipì, ma il bagno delle donne era una specie di cosa comunitaria con tre water di cui uno per bambini. Nel momento in cui mi alzavo ( ché le ragazze fanno la pipì da sedute, si sappia) mi accorgevo di essere in realtà in coda a un treno, e davanti a me un guidatore di treno dentro alla locomotiva di un alro treno mi guardava senza capire cosa stessi facendo.

Questo era un sogno, ecco. Cos’avrà voluto dire?

NB: la nuova categoria di post Vaffanfreud è aperta al pubblico. Per i commenti e anche per i sogni da interpretare. Chi avesse sogni da interpretare non si faccia scrupoli a mandarceli all’indirizzo della posta del cuore con oggetto “interpretazione dei sogni”