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X Morgan

Tripletta di Morgan.

 Aram QuartetMatteo Becucci, Marco. Cos’hanno in comune costoro? La vittoria.  E Morgan. Che poi è la stessa cosa.

E sì perché il talent show di raidue è morgancentrico. Tutto gira intorno a lui: la giuria, i cantanti, i vocal coach, Facchinetti e il pubblico, sono spalle involontarie del funambolico artista milanese. Lui sa, lui decide, lui fa e disfa, lui stabilisce cosa è in e cosa out. La prova provata che non importa cosa sai, l’importante è come lo dici. Si contraddice spesso, il nostro, ma recupera sempre con un colpo di reni. A volte inizia la tirata senza sapere cosa dire, ma poi inventa una giustificazione ad ogni esternazione controcorrente che in realtà tutti intimamente invocano, per movimentare uno spettacolo inutilmente lungo, se non per vendere spazi dell’advertising. Insulta il pubblico anche con la levata del dito medio, ma solo per poi scusarsi alla fine,  perché lui sa che pentirsi in tivù paga sempre. E quando ti sorge il dubbio che sia solo un sonoro cazzone, si mette al pianoforte per far valere il suo diploma e duetta con l’ospite di turno, a volte emozionando, a volte meno. Molto meno. E poi balla, gigione, accompagnando i suoi pupilli destinati a piacere al pubblico del televoto, ma in realtà per arricchire una volta ancora il suo one man show.

 A volte lo vedi con le palpebre pesantissime, che ti chiedi quanto dura l’effetto del caffè e ti viene una matta curiosità di sapere cosa ci sia in quelle lattine immancabili che lo aiutano ad arrivare a mezzanotte e venti, perché prima non si finisce mai al mercoledì.

Vincono i suoi cantanti. Sempre. A prescindere dalla categoria. Ma poi, usciti dal loft di X-factor si perdono nei meandri dell’incomprensibile mondo della musica italiana, dove vincere un talent show o il festival di Sanremo non garantisce affatto il successo. Sono i network radiofonici a fare la differenza  e se non funzioni, non vendi. E poi sparisci o esci col disco un anno dopo e lo regali ai parenti.

Morgan cannibalizza i suoi cantanti. Si ciba di loro, li fa vincere perché rispecchino la sua luce. Ed è lui a vincere. Solo lui.

Il vincitore (formale) della terza edizione si chiama Marco Mengoni: meritato premio della critica; certamente il migliore. Man in the mirror, Notorius, L’amore si odia, My baby just cares for me e PsychoKiller sono di una difficoltà assoluta da interpretare, ma lui si annulla nelle canzoni per risorgere con loro, trasfigurato e commosso. Piange sempre, Marco, ma è giovane, bello, ambiguo e con una voce talmente alta che a volte gli sfugge dall’ugola per raggiungere le tonalità degli angeli.

Ora ci vogliono gli autori, quelli veri. Poi ci vogliono i produttori, quelli coraggiosi. E poi ci vogliono i suoni e il sound lontanissimi da Sanremo, vetrina comunque  insostituibile. Ci vogliono gli Stati Uniti, per me.

ma quale Marte, ma quale Venere?!?

apro un piccolo sondaggio molto felice e poco disadattato o forse no. ieri sera stavo parlando con Andrea e il discorso è andato sulle diversità e gli interessi e lui se n’è uscito con questa sua convinzione di vita che io ho proprio trovato che mi calzava e ve la ripropongo (con buona pace dell’autore che non lo sa che lo sto facendo) (lo potevo fare Andrea?) (ti incazzi?) (no eh!).

allora lui dice questa cosa qui che è la sua convinzione e che è:

uomini: cani, Londra – donne: gatti, Parigi

ecco io, non so voi…

Pilates, chi era costui?

Non so chi abbia messo in giro la voce che il Pilates sia un’attività adatta a chi vuol far ginnastica abbattendo i sensi di colpa per la sua scarsa propensione allo sport, limitando allo stesso tempo lo sforzo fisico.

Io, per dire, oggi sono andata in palestra e non ero preoccupata. Per niente: ingenua.
Dopo i primi esercizi, che servono a sgranchirsi, a scaldarsi, a muovere un po’ di vertebre incriccate dalla sedentarietà, cominciano le fatiche vere: addominali come se piovesse, e tu concentrati sulla forma scultorea della tua pancia ideale confrontandola con la tua pancia reale, vedrai che l’energia ti viene, anche se non vuoi.
Quando sei al limite del crampo addominale si cambia, e vai di esercizi per i glutei, o chi per essi. Chi non lo vorrebbe, il gluteo sodo e fermo, che regge bene il costumino da bagno succinto e anche il g string di merciaia memoria? E quindi vai, suda strizzando la pancia e le chiappe e non lamentarti, che lamentarsi serve solo a far arrabbiare la maestra che poi ti mette alla prova con una serie di esercizi così assurdi che sembra che se li sia inventati lì per lì.

Certi dicono che col Pilates sia facile imboscarsi, che basta far finta di eseguire gli esercizi come si deve, ma la mia maestra vede tutto e corregge tutto, pare che abbia gli occhi anche dietro la testa, come le mosche.
Sulla parete opposta allo specchio c’è un orologio e io confesso che in certi momenti l’orologio lo guardo, ché mi sembra di essere sul punto di crollare. Poi non crollo mai: si vede che la mia maestra è brava, perché si accorge del punto di non ritorno; in effetti morti, finora, in palestra non se ne sono visti.

Però, davvero, quando sono lì, penso a quelli che il Pilates è rilassante, è poco impegnativo, è solo un esercizio di postura e mi chiedo, ma siamo sicuri che parliamo della stessa cosa?

Canzone pubblicità Gucci by Gucci

Per la serie “quando serve sappiamo essere anche un blog al servizio della umana sapienza” diamo una risposta chi si chiedesse che musica sia quella che fa da colonna sonora allo spot Gucci by Gucci uomo in onda in questi giorni.

Si tratta di Slave to Love, cantata da Roisin Murphy. La suggestiva cover della mitica Slave to love di Brian Ferry (Roxy Music).